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     ”È tempo di andare avanti, non più confidando sull’impegno straordinario di pochi ma con l’impegno ordinario di tutti. [Giovanni Falcone] “

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    Al Salone del libro

     

    COMUNICATO STAMPA N. 3

     Tagliano il nastro dello stand regionale

    il cantautore Eugenio Bennato

    e gli studenti del Liceo scientifico “Piria” di Rosarno

     Nello spazio espositivo della Regione presenti ben 27 espositori.

    Parte “alla grande” la manifestazione culturale nello stand

    Una grande conquista quella di vedere inaugurato lo stand della Regione Calabria da “visitatori d’eccezione”.

    I giovani studenti del Liceo scientifico “Piria” di Rosarno sono stati tra i primi visitatori mattutini che hanno “calpestato” il suolo regionale trapiantato al Lingotto torinese, dove oggi ha aperto i battenti la maggiore kermesse culturale dedicata al libro. Incursione pomeridiana, e inaspettata, invece, l’ha fatta il noto cantautore Eugenio Bennato che ha omaggiato lo spazio espositivo regionale ricordando ai visitatori quanto ricca di mistero e fascino sia la Calabria.

    Non si poteva sperare di meglio per questa prima giornata calabrese al Salone del Libro (che si protrarrà fino al 14 maggio) dedicato alla “Primavera digitale”; il festival quest’anno si propone come una riflessione sulle mutazioni indotte dalle tecnologie digitali su lettura, scrittura e mondo editoriale che investe soprattutto, ma non solo, le giovani generazioni. Quelle stesse su cui, maggiormente, si sta profondendo l’impegno istituzionale per la promozione dell’editoria e della lettura, come testimonia lo stesso stand regionale e i suoi ben 27 espositori tra editori e organismi culturali. I suoi tanti, tantissimi libri, hanno attirato l’attenzione dei liceali rosarnesi, soprattutto le pubblicazioni per ragazzi (così colorate) dell’editore reggino Falzea, ma anche – forse incuriositi da qualcosa di così diverso da Twitter e Facebook! – dalle ristampe anastatiche di Franco Pancallo.

    La giornata inaugurale, come ogni anno, ha visto protagonisti dei “corridoi” del Salone principalmente un pubblico under 20. Complice una bella giornata di sole che ha invogliato a “marinare” la scuola? Si può perdonare questa piccola trasgressione quando, l’alternativa, è una full immersion nei libri…

    Gli eventi dello stand della Regione

    Anche gli eventi organizzati per la giornata di oggi nello stand della Regione si sono caratterizzati per la presenza di un pubblico junior: si è trattato, questa volta, degli studenti dell’Istituto sociopsicopedagogico “Paolina Secco Suardo” di Bergamo che, nel primo pomeriggio, hanno colmato la saletta dello stand durante la presentazione – organizzata nell’ambito degli appuntamenti istituzionali della Regione – del Premio letterario “Caccuri”.

    Un premio che vedrà decretato il suo vincitore il 9 e il 10 agosto, a Caccuri appunto (in provincia di Crotone) e che ha tra i suoi finalisti tre nomi di caratura nazionale: Pino Aprile, giornalista e autore di Terroni (edito Piemme), Piergiorgio Morosini, magistrato e autore di Attentato alla giustizia (edito Rubbettino) e Piergiorgio Odifreddi, matematico e autore di Una via di fuga (edito Mondadori).

    All’evento è intervenuto il presidente del premio stesso, Adolfo Barone, che ha invitato i presenti non solo a partecipare alla cerimonia di chiusura del premio ma, anche, a soffermarsi sullo splendore della terra calabrese. Roberto De Candia, responsabile delle relazioni esterne del premio, ha illustrato e presentato i tre citati finalisti e le loro pubblicazioni; a seguire, l’intervento di Pino Aprile, come si accennava tra i tre finalisti del “Caccuri”; e, a sorpresa, il cantautore Eugenio Bennato, che ha reso omaggio allo stand con le sue parole di ammirazione per una regione così ricca e affascinante come la Calabria.

    Gli studenti dell’Istituto “Paolina Secco Suardo” di Bergamo sono poi diventati protagonisti in prima linea dello stand. Introdotti dai loro docenti Olimpio Talarico – responsabile tra l’altro della sezione saggistica del “Caccuri” – e Angelo Marpelli, e dal preside del liceo, Giuseppe Pezzoni, gli studenti hanno presentato la loro raccolta di racconti, In punta di penna, edita dal calabrese Matteo Spina editore. Il volume comprende 28 racconti di vario genere ed è il risultato di un progetto di scrittura creativa, curato dai due citati docenti, volto ad offrire l’opportunità di intuire e seguire le inclinazioni espressive proprie degli alunni.

    Nel pomeriggio, è stata la volta di Guglielmo Colombero, scrittore e critico letterario torinese che ha da poco pubblicato la sua ultima “fatica”: Ombre a Betlemme, edito da Città del sole, giunto al Salone davvero fresco di stampa. Si tratta del terzo romanzo storico, dopo Himilce, la sposa di Annibale e Tomyris. La signora delle tigri, editi entrambi da Falzea, di Colombero, autore di adozione ormai calabrese. Alla presentazione, oltre all’autore – entusiasta di questa nuova avventura editoriale sempre “made in Calabria” – e a Fulvio Mazza, direttore del la Bottega editoriale, l’agenzia letteraria che ha seguito la pubblicazione stessa, sono intervenuti l’editor Eleonora Vulcano e l’editore di Città del sole, Franco Arcidiaco, il quale ha sottolineato l’importanza di aver accolto nel proprio catalogo un romanzo così impegnato e di spessore dal punto di vista della trama narrativa e degli argomenti toccati, sapientemente intrecciati.

     ANTEPRIMA SUGLI EVENTI DI DOMANI, Venerdì 11 MAGGIO

    La giornata di domani nello stand regionale si aprirà alle 11 e sarà ricchissima di appuntamenti. Si anticipano di seguito gli eventi previsti:

    ore 11-12: nell’ambito degli appuntamenti istituzionali, si terrà un “Dibattito sull’editoria in Calabria”. Interverranno: Massimiliano Ferrara, dirigente generale del Dipartimento 11 – Cultura, Istruzione, Università, Ricerca, Innovazione tecnologica, Alta formazione della Regione Calabria; Gilberto Floriani, direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese; alcuni editori espositori nello stand regionale. Modererà Fulvio Mazza, direttore dell’agenzia letteraria la Bottega editoriale;

    ore 12-13: protagonista sarà Il linguaggio della Bellezza Femminile in Omero, libro di Giulia Felisari, edito Leonida; interverrà il professor Franco Sanna, insieme all’autrice;

    ore 14-15: Città del sole presenterà Storia delle Italie di Ulderico Nisticò; parteciperanno l’autore e l’editore;

    ore 16-17: sempre Città del sole presenterà Lettere dal sud di Giuseppe Romeo; saranno presenti l’autore e l’editore;

    ore 17-18: Italian Undreground, di Alessio Fabrizi, sarà presentato da Meligrana; a moderare i lavori sarà Osmann Arrobbio, esperto di sostenibilità Iris (Istituto di ricerche interdisciplinari sulla sostenibilità di Torino). Interverranno: Anna Maria Graziano, dell’Associazione per la decrescita (comunità di Burolo, Torino) e lo stesso autore;

    ore 18-19: si terrà la presentazione del volume Nel mare di Calipso, di Marilena Cavallo e Pierfranco Bruni, dell’editore Pellegrini; oltre agli autori, saranno presenti Francesco Mercadante, docente emerito dell’Università “La Sapienza” di Roma e Neria De Giovanni, presidente dell’Associazione internazionale dei Critici letterari;

    ore 19-20: si terrà la presentazione del libro per ragazzi Il destino dei rom e dei gagè di Dario Malini con le illustrazioni di Rebecca Covaciu: una favola zingara pubblicata da Ferrari; oltre l’autore, interverranno il docente Carol Morganti e la citata illustratrice del libro;

    ore 20-22: Città del sole presenterà Luoghi di Mnemosine di Maria Pascuzzi, volume della collana Antropologia e violenza, diretta da Luigi M. Lombardi Satriani e, a seguire, Itinerari mediterranei di Enrico Costa. Saranno presenti gli autori e l’editore.

     Per maggiori informazioni

    È possibile contattare il Sistema Bibliotecario Vibonese o la Bottega editoriale (www.sbvibonese.vv.it; www.bottegaeditoriale.it), che si stanno occupando della gestione e dell’operatività dello stand regionale stesso.

     10 maggio 2012                                                                         

    la Bottega editoriale

    In preparazione la festa di San Giuseppe da parte del Circolo del Movimento Cristiano Lavoratori

    Sandro Cortese

    TROPEA – Sono stati avviati i preparativi per la festa di S. Giuseppe che sarà celebrata il 1 maggio. Come si ricorderà, il Circolo del Movimento Cristiano Lavoratori, sotto la guida di Sandro Cortese che è il presidente provinciale, da anni festeggia il santo patrono dei lavoratori il 19 marzo. Quest’anno, poiché si era in periodo quaresimale, i festeggiamenti sono stati suddivisi in due fasi. Una prima fase ha visto l’omaggio al santo patrono con un momento culturale avvenuto nel giorno che la chiesa a lui dedica, nella sala convegni del museo diocesano dove si è tenuto un convegno dal titolo “Il mestiere di povero – processo all’art. 4 della Costituzione italiana”. Convegno interessante perché sono stati discussi importanti argomenti relativi al problema del lavoro e quindi alle tante difficoltà che la situazione attuale presenta. Tutto ciò alla presenza di  Salvatore Crupi – portavoce Forum Terzo Settore della provincia di Vibo Valentia; di Katia Stancato – portavoce Forum Terzo Settore Regione Calabria, del vice sindaco e assessore al turismo Massimo L’Andolina, dello stesso Cortese.

    Il primo maggio, quindi, sarà messa in atto la seconda fase che sarà interamente dedicata ai relativi festeggiamenti per San Giuseppe. Quindi, nelle ore del mattino ci saranno le sante messe celebrate presso la chiesa di Largo Rota, mentre alle ore 13, ci sarà il tradizionale tavolo pranzo per i poveri, con pasta e ceci, dove non mancheranno i dolci tipici, ovvero gli “Sciu”.

    Nel tardo pomeriggio, alle ore 18.00, la statua del Santo sarà portata in processione per le vie principali del paese.

    Vittoria Saccà

    La terna finalista alla sesta edizione del Premio Tropea

    TROPEA – Lo scenario, ancora la sala convegni del Museo Diocesano, perla di storia, di arte e di saperi situata nel cuore del centro storico. Magico luogo dove è avvenuta, ieri mattina, la pubblica manifestazione relativa alla scelta dei tre libri finalisti al premio Tropea. A condurre, è stato Pasqualino Pandullo, presidente dell’Accademia degli Affaticati, promotrice del premio giunto alla sesta edizione. Le tre opere, scelte su 23 inviate da 16 case editrici, che sono entrate in finale, dopo le votazioni effettuate dal comitato tecnico – scientifico, presieduto da Isabella Bossi Fedrigrotti, scrittrice e giornalista del Corsera, sono: La signora di Ellis Island, Einaidi, di Mimmo Gangemi, con 7 voti; il romanzo è una saga che attraversa un secolo di storia. Lo scornuso, Feltrinelli, di Benedetta Cibrario, con 4 voti, dove si racconta il destino dello “scornuso”, statuina tradizionale del presepio napoletano, e del pastoraio Tommaso Iannaccone, dal periodo borbonico alla Seconda guerra mondiale. Tetano, edizioni Minimum fax, di Alessio Torino con 4 voti, in ex aequo; il romanzo è il ritratto di tre adolescenti che progettano una grande impresa per la loro estate.

    Lo scrittore calabrese Gangemi, presente alla manifestazione, subito dopo le votazioni, ha così commentato: “Di solito non sono profeta in patria. Sono contento di aver sfatato questa negatività”.

    All’importante evento culturale, erano presenti, oltre alla presidente Bossi Fedrigotti, il vice sindaco del Comune di Tropea Massimo L’Andolina che ha portato il saluto del sindaco Gaetano Vallone; i tre delegati dei rettori, Francesco Kostner per l’Università della Calabria, Melania Salazar per l’Università di Reggio e Alfredo Focà per l’Università di Catanzaro, già Governatore del Rotary International, distretto 2010.  Nonché Giuliano Vigini, uno dei massimi esperti di editoria, Gilberto Floriani, direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese, Lino Daniele vicepresidente dell’Accademia degli Affaticati, e Giuseppe Meligrana, editore e segretario della stessa.

    Importante rilevare che il premio Tropea, in questa edizione, ha sposato per la prima volta l’innovazione tecnologica, per cui i 409 sindaci della Calabria riceveranno le tre opere giunte in finale in ebook.

    Su questa nuova frontiera del libro si è discusso nel corso dell’evento. Gli ospiti intervenuti si sono soffermati sul significativo passaggio dalla tradizionale fruizione libraria in cartaceo al formato digitale.

    Si è avuto in tal modo occasione di riflettere sui pro e i contro della digitalizzazione del sapere, di ripensare al ruolo dei libri, all’importanza del loro valore pedagogico – i bambini sperimentano anche un’esperienza tattile con i libri in cartaceo per esempio -, e a quanto questa nuova modalità data dal formato elettronico potrà mutare la percezione dei libri e della lettura in genere.

    Da rilevare, però, che per il lettore tradizionale sarà difficile abbandonare il libro cartaceo per quello in digitale, l’ebook. La stessa Fedrigotti ha detto: “Mai si potrà rinnegare il libro cartaceo per chi ha fatto della parola scritta il faro illuminante della propria vita; ciò non toglie che bisogna stare al passo con i tempi e la tecnologia, in un periodo in cui anche la crisi economica impone di risparmiare”.

    Più facile sarà per le nuove generazioni già abituate agli strumenti tecnologicamente più all’avanguardia, quali tablet, e-reader. Il premio Tropea, scegliendo tale innovazione tecnologica, tende ad attrarre nel mondo della lettura e del libro, l’universo giovani.

    Vittoria Saccà

    “Attivamente coinvolte” al fianco del sindaco di Monasterace Maria Carmela Lanzetta

    Stefania Figliuzzi

    TROPEA – L’associazione “Attivamente coinvolte” presieduta dall’avvocato Stefania Figliuzzi, si pone al fianco del sindaco di Monasterace, dottoressa Maria Carmela Lanzetta, esprimendo alla stessa pieno sostegno nel contrasto ad ogni forma di violenza.

    “Attivamente coinvolte”, presente nella cittadina da diversi anni con un suo sportello attivo presso la sede municipale di palazzo S. Anna, è impegnata nella lotta contro la violenza ed è specializzata nell’accoglienza di donne in difficoltà, non solo a Tropea, ma anche a Vibo Valentia e a Catanzaro, quindi con tre sportelli di ascolto e con due linee telefoniche di aiuto attive H24 (“S.O.S. Violenza: 389/64.64.224.-388/35.10.596).

    Di fronte all’ennesimo e gravissimo atto intimidatorio perpetrato nei confronti del sindaco di Monasterace, la dottoressa Maria Carmela Lanzetta, vuole esprimerle piena ed affettuosa solidarietà nonché sentimenti di vicinanza personale.

    Come è noto, in questi ultimi giorni, il primo cittadino del comune reggino, ha vissuto una drammatica esperienza che ha avuto risonanza nazionale, (l’incendio della sua farmacia, spari contro la sua auto)  che l’avevano indotto a presentare le sue dimissioni e che, solo dopo una attenta e ponderata riflessione, ha deciso di ritirare.

    L’Associazione “Attivamente Coinvolte”, nella persona del suo presidente Figliuzzi, in questo delicato momento vuole supportare tale decisione, in linea con l’azione già avviata lo scorso 27 novembre, avendo aderito alla manifestazione organizzata da “Se non ora quando” a sostegno della Legalità.

    “Alla dottoressa Lanzetta – afferma la presidente – rinnoviamo l’invito, esteso anche a tutti gli amministratori colpiti dalle intimidazioni, a procedere con lo stesso impegno dimostrato in questi anni alla guida della sua comunità per realizzare compiutamente il necessario quanto difficile percorso di rinnovamento avviato in Calabria e, nello specifico, nella provincia reggina. Consapevoli delle difficoltà particolari – prosegue Figliuzzi – che si devono affrontare quotidianamente ed in modo particolare dall’essere Sindaco di Monasterace, ed a quanti prestano il proprio impegno quotidiano nelle istituzioni e nella società civile, l’associazione vuole esprimere in modo tangibile e concreto  il pieno sostegno e la rassicurazione che sarà al suo fianco per contrastare con forza ogni forma di violenza e di prevaricazione, in difesa della legalità e della democrazia e sarà pertanto pronta a intraprendere insieme ogni susseguente azione che si terrà opportuna”.

    A sostenere il sindaco Lanzetta, dunque, nel difficile cammino intrapreso, vi sono anche le donne di Attivamente coinvolte, che, come tante altre donne di Calabria, intendono stare al suo fianco per contrastare la violenza e far affermare legalità e democrazia.  

    Vittoria Saccà

     

    Arte in vetrina

    Tropea notturna

    TROPEA – E’ il club La Fenice, diretto da Marcella Romano, che offre alla città la possibilità di ammirare opere di bella fattura. Tanti artisti, infatti, in molte occasioni espongono i loro quadri che danno un tocco di rara bellezza agli ambienti. Nella biblioteca comunale “Albino Lorenzo”, ad esempio, spesso i quadri degli artisti del club fanno da splendida cornice durante convegni o i seminari di Anthropos. Durante il periodo pasquale, invece, La Fenice ha voluto abbellire con le opere le vetrine dei negozi. Dal 5 all’11 aprile, è stata messa in atto “Arte in vetrina”. Circa venti  pittori hanno messo a disposizione una, o più, delle loro opere.

    Nelle vetrine  dei negozi di via Libertà, via Indipendenza, via Roma, piazza Vittorio Veneto e corso Vittorio Emanuele, hanno esposto gli artisti: Rosetta Bova, Salvatore Buttafuoco, Romanella Buttafuoco, Geraldine Caracciolo, Roberto Caracciolo, Enza Cricelli, Franco Cuturello, Antonio De Benedetto, Marianna Fusca, Rossella Loiacono, Saverio Muscia, Tanina Muscia, Francesco Naccari, Pasquale Pandullo, Lidia Pugliese, Marcella Romano, (Vittoria Saccà), Giuseppe Vitetta.

    Gli esercenti hanno apprezzato l’iniziativa e sono in molti a chiedere che venga ripetuta.

    Intanto, il clubLa Feniceringrazia coloro che hanno sostenuto l’iniziativa, ovvero: Bova Calzature, Abbigliamento “New York style”, Ida Curiosità, Ape Maia, Pappa e Coccole, Flash Moda, parrucchiere Hair Look, Belvedere Gioielli, Gioielleria Idea, Fulco Moda, Cool e chic, Passione Moda, Bigiotteria Capricci, Caffè de Paris, Ceralacca, Calzaturificio Valle Verde, Artigli, Abbigliamento Maria Teresa, Edicola Blasa.

    E’ probabile, comunque, che con l’arrivo della stagione estiva,La Fenicerealizzerà anche per questo 2012, le esposizioni di opere nella piazzetta Raponsoli, situata nel cuore del centro storico, durante i fine settimana, così come avviene da parecchie estati. Ciò al fine di contribuire a dare a quell’angolo della città un aspetto accogliente e caldo che possa far piacere non solo ai turisti, ma anche ai visitatori di passaggio e ai cittadini stessi, perché l’arte è sempre e comunque una splendida magìa.

    Vittoria Saccà

    25 Aprile: Buona Liberazione

    Il 25 Aprile in Italia è festa nazionale, più chiaramente è festa di liberazione, ancora meglio è festa di ognuno e di ciascuno, di tutti gli uomini, persino di chi tace e di chi ascolta, anche di chi non c’è più, è festa degli uomini piegati da una  solitudine imposta, costretti a una mera sopravvivenza, obbligati alla prossimità della morte.
    E’ festa degli uomini e delle don
    ne, dei giovani e degli anziani, dei sacerdoti e dei militari, di ieri e di oggi, che insieme, nella fede che ognuno professa, hanno scelto la lotta più giusta, per la democrazia, il rispetto delle uguaglianze, della libertà che è tale perché significa farsi carico di una responsabilità, e questa responsabilità diventa azione, una vera e propria scelta morale.
    Festa degli intuitivi delle idee politiche, dei creativi delle passioni del cuore, dei coerenti della mente e generosi della pancia, nuovamente è festa di tutti. Festa dei legacci tolti ai polsi, è festa dei vincitori, è festa dei vinti, è festa nelle parole di 
     Calvino, di Tobino, di Fenoglio, di Pavese, è festa di amare il prossimo tuo come fosse te stesso, finalmente, nelle parole di Gesù, anche per te che credi nelle parole resistenti, anche per me che credo nei gesti resilienti.
    Buon 25 aprile a tutti.
     Vincenzo Andraous

    Omaggio a Tropea – La perla del Tirreno – di Vittoria Saccà

    Tropea

     Se ne sta sdraiata su una rupe, a 60 metri di altezza dal mare, questa bella cittadina chiamata Tropea e conosciuta in tutto il mondo per le bellezze che la natura ha voluto concederle. E’ raggiungibile da tre punti: da Pizzo, da Nicotera lungo la litoranea, dalla provinciale detta “dei pioppi” del Monte Poro. Tutte e tre le direttrici convergono sul Largo S. Michele, dove un tempo era stata apertala PortaNuovasulle mura di cinta. Oggi  perla del  Tirreno,   bella e  affascinante  come  un’amante  ribelle, conserva una memoria storica mista di vero e di leggende, come fosse il racconto della vita di una principessa dibattuta fra i sortilegi delle streghe e i doni delle fate. Già le sue origini sono un mistero e si perdono nel buio del tempo.

    E’, senza ombra di dubbio, una cittadina dalle origini antiche, sorta ancor prima della fondazione di Roma. A dare testimonianza di ciò, sono stati alcuni frammenti di vasi, ritrovati durante gli scavi per lavori di consolidamento della Cattedrale di origine Normanna eseguiti nel 1928-30. Tra i frammenti dei vasi di creta, appartenenti ad epoche diverse, gli esperti ne hanno individuati alcuni di origine remota, da collocarsi nel periodo neolitico e quindi intorno a 3.000 anni a.C. Con ciò si prova la presenza di un agglomerato umano sulla rupe, già da quei lontanissimi tempi. Altri reperti furono ritrovati nel1962. InContradaLa Croce, infatti, fu scoperta una vera necropoli dove furono individuate cinque tombe di cui una sola era intatta. Gli esperti l’hanno collocata nel periodo preellenico, intorno a 1100-1200 anni a. C.

    Questa seconda scoperta tolse ogni dubbio sulle origini antiche di Tropea. Probabilmente i suoi abitanti vivevano in grotte scavate nella rupe o in capanne costruite tra una folta e prosperosa boscaglia che dominava, sull’alto della rupe, attraversata da un’infinità di animali. La fantasia popolare, che è la caratteristica più bella dell’Essere Umano, ha costruito intorno alle origini di Tropea, miti e leggende. Una di esse racconta che fu fondata da Ercole, quando si recò in Calabria per sconfiggere i giganti che infestavano la zona; per riposarsi delle fatiche, si fermò sul suo suolo e vi costruì una città chiamandola “Portercole”, in onore della sua nutrice Giunone. In greco, la parola nutrice è molto simile a quello di “tropea”; un nome quindi, che nel tempo si sarebbe trasformato in quello attuale. Alcuni studiosi, invece, pensano che probabilmente Portercole e Tropea furono due diversi centri abitati e, col tempo, l’espansione dell’uno, fece scomparire l’altro. Benché in molti si siano cimentati a scoprire la vera origine del nome ‘Tropea”, nessuno è stato fin ora chiaro, anche perché i documenti in proposito sono molto scarsi e ad avere il sopravvento è stata solo la fantasia.

    Per alcuni, il nome Tropea deriverebbe da “Trophea” o “Trofea” il cui significato è “trofeo”, cioè simbolo di vittoria. Qui, la fondazione della città viene attribuita a Publio Cornelio Scipione il quale, nel ritornare a Roma,   volle costruirla per offrirla come trofeo agli dei che lo avevano guidato nella conquista di Cartagine del209 a.C. Per altri deriverebbe da “Tropis” che significa ‘carena di nave’, oppure da “Tropos” che si  riferisce ad  un fenomeno metereologico in virtù del quale c’è un ritorno dei venti e quindi delle correnti nel tratto di mare che va verso Capo Vaticano. Una cosa, a questo punto, è certa. Le origini di Tropea sono talmente lontane nel tempo, tanto da non poterle individuare con assoluta certezza.

     

    La vita amministrativa

    Le notizie certe sulla storia di Tropea si hanno dal V° secolo in poi, durante le glorie dell’Impero Romano. Come colonia romana godeva di grandi privilegi, di molti diritti e aveva il potere di autoamministrarsi, con l’elezione di due Sindaci, con  propri magistrati e proprie rendite. Questo anche quando fu avviato il sistema feudale. Infatti, un insieme di cause permisero a Tropea di continuare ad avere i suoi rapporti diretti con la corona, senza feudatario. Risalgono al 1315 le prime notizie di un parlamento al quale potevano accedere solo coloro che appartenevano alla classe dei Nobili iscritti al Sedile di “Portercole”.

    Con le trasformazioni  sociali, in  seguito,  si formò una  nuova classe composta da artigiani e commercianti. Essi diedero vita ad un secondo Sedile che venne chiamato “L’Africano”. I due Sindaci, quindi, finirono con il rappresentare le due classi. L’autonomia amministrativa di cui godeva Tropea, la liberò da giochi di potere, per questo fu  ritenuta un  luogo tranquillo e fu  spesso  meta desiderata da visitatori come regnanti, uomini illustri, artisti e furono in molti a lasciare i segni ancora ben visibili del loro passaggio o della loro permanenza. Nonostante fosse una città libera, subì ugualmente le scorrerie dei Saraceni e l’occupazione degli Svevi, dei Normanni, degli Angioini, degli Aragonesi, dei Borboni. Con tutti, però, seppe sempre mantenere la sua autonomia e non perdette mai l’occasione di accrescere i suoi privilegi. Singolare, a questo proposito, fu la vicenda che spinse il Re di Napoli Ferdinando a concedere alla città di Tropea un nuovo motivo di orgoglio. Infatti, durante la discesa di Carlo V in Italia, nel 1496, i popoli degli Abruzzi, delle Puglie e della Calabria si sottomisero al suo potere senza opporre resistenza; solo tre città si ribellarono rifiutando il nuovo Sovrano: Reggio, Amantea e Tropea. Quando  Re   Ferdinando   riconquistò  il   Regno  e  ritornò  a  Napoli,   non dimenticò la fedeltà di Tropea e volle premiarla concedendole il diritto di portare sul suo stemma la corona reale e la scritta «sola Tropea sub fidelitate remansit».

     I 24 Casali

    II potere amministrativo di Tropea si estendeva anche ai 24 villaggi o casali che le stavano intorno.

    Erano: Parghelia, Zaccanopoli, Fitili, Dafinacello o Datine minore, Dafinà, San Giovanni, Zambrone, Drapia,

    Spilinga

    Gasponi, S. Domenica, Ciaramiti, Brattirò, Caridi, Carciadi, Spilinga, Panaia, Lampazoni, Barbalaconi, Ricadi, Orsigliadi, Brivadi, S. Nicolo, Cunidi, Alafito.

    La maggior parte di quei terreni erano proprietà dei nobili tropeani, i quali, per controllare e amministrare più direttamente i loro beni, risiedevano nei casali per molti giorni all’anno e stabilivano con la popolazione rurale un rapporto di vera sudditanza.

    Nei casali si produceva tutto il fabbisogno per l’economia tropeana; la maggior parte dei proventi andava ai proprietari dei terreni, mentre per coloro che lavoravano la terra andavano solo le briciole. I contadini, quindi, vivevano nella miseria e venivano sempre più sfruttati. Per molto tempo, sembrava facesse addirittura piacere alla popolazione rurale stare sotto la protezione dei nobili e appartenere ad una città dotata di grande autonomia e molto ricca.

    Tutto procedette tranquillo, con la nobiltà che si arricchiva sempre di più e si faceva costruire sontuosi palazzi nel cuore di Tropea e i contadini che si accontentavano di poco, rassegnati alla loro sorte di sudditi senza altre speranze.

    Ma quando il periodo della depressione economica interessò soprattutto il Meridione, le cose cambiarono.

    Le difficoltà economiche investirono tutte le classi sociali, ma a farne le spese furono le popolazioni dei casali, sui quali cominciarono a cadere continue pressioni fiscali. Il peso si fece sempre più grande e più insopportabile; il popolo dei casali sprofondò ancora di più nella miseria. A questa situazione si aggiunsero una serie di catastrofi naturali, varie pestilenze che sconvolsero molte famiglie, l’invasione dei Turchi ed altre circostanze non buone che fecero cadere quel filo di accomodamento che esisteva tra Tropea, nobile, ricca, padrona e i suoi 24 casali che, fino ad allora, stettero al suo servizio.

    La gente d’indole pacifica scelse la via dell’emigrazione e lasciò la terra natale per sempre, altri decisero di ingaggiare la lotta e opporsi all’amministrazione tropeana.

    II primo casale che si ribellò fu Parghelia, incitato da Leonardo Diego. I Sindaci di Tropea, per domare la rivolta, ordinarono la messa a ferro e fuoco del casale ribelle. Ma la drastica punizione non servì a placare gli animi, anzi, il malumore dilagò raggiungendo anche gli altri casali. A Parghelia, fece eco Spilinga e uno dopo l’altro, insorsero tutti i 24, ormai stanchi di pagare tasse salate. L’amministrazione tropeana tentò di ripristinare l’ordine e l’ubbidienza, ma non ci riuscì.

    L’intesa e il buon rapporto che per secoli avevano unito Tropea ai suoi casali erano ormai compromessi e non sarebbero stati più ripristinati. Nel periodo che seguì, Tropea, perdette ogni diritto sui 24 casali che, per secoli, erano stati sotto la sua amministrazione.

    La libertà in pericolo

    Tropea, cittadina nobiliare, fu sempre orgogliosa della libertà di cui godeva e, sempre, si diede da fare per custodirla gelosamente. Sotto il governo del re Filippo III, però, corse il pericolo di perderla. Il viceré D. Pietro Fernandez de Castro, infatti, stretto da infiniti problemi finanziari, decise di venderla con tutti i casali e con tutto ciò che possedeva compresi i diritti che si era conquistati nel tempo, al principe di Scilla Vincenzo Ruffo, per la somma di 191.041 ducati. Quando la notizia raggiunse i tropeani, ebbe l’effetto di una catastrofe imminente. Fu convocato immediatamente il Parlamento, tutti scesero nelle piazze per dimostrare il loro disappunto; alcuni si recarono in chiesa chiedendo ancora una volta la protezione della Madonna di Romania.

    E in nome della libertà, erano tutti pronti a dichiarare guerra. Quello fu uno dei momenti della storia in cui nobili, borghesi e popolo minuto si strinsero insieme per la stessa causa. Venne fatta una colletta per recuperare la somma necessaria al riscatto di Tropea e ognuno diede quanto era nelle sue possibilità. Persino gli oggetti strettamente personali furono donati  per salvarla da quella che  loro ritenevano una schiavitù senza precedenti.

    Comunque, la cittadina si salvò soprattutto per l’abilità e l’eloquenza di due dottori in legge. Aloisio De Lauro e Ferdinando D’Aquino, uomini intraprendenti e innamorati della loro città, raggiunsero i Sovrani di Spagna e di Napoli dove, con grande abilità oratoria, ribadirono a gran voce i diritti e i privilegi che Tropea, sempre fedele alla corona, si era conquistata. La disputa fu lunga e dura ma alla fine, dopo quattro anni di lotte, il contratto di vendita fu sciolto. Correva l’anno 1613 quando, il 13 novembre, Aloisio De Lauro riuscì ad ottenere i pareri favorevoli alla riconquista della libertà di Tropea. Il Re emise la sua sentenza il 23 agosto del 1615. Il Principe Ruffo fu liquidato con una somma di 218.041 ducati e Tropea ritornò ad essere la cittadina libera di sempre. Appresa la notizia, i tropeani si riversarono nelle strade abbandonandosi ad una gioia sfrenata. Ci furono grandi festeggiamenti durati per diversi giorni. Nella strada che va verso l’Annunziata fu edificato un tempio con il nome della “Libertà”. Si  racconta che alcuni cittadini, pochi giorni prima della notizia lieta, avevano visto nei sobborghi di quella zona stormi di gru che, muovendosi, formavano le lettere prima di L, di I, poi di B, fino a completare la parola LIBERTÀ.

    Oggi,  tutto il viale porta il suddetto nome, mentre le fatiche di Aloisio De Lauro sono ricordate con una strada della cittadina a lui intitolata.

    La città fortificata

    Le mura di Belisario

    Nel 1785 si aprì una terza porta che venne chiamata “Nuova” per facilitare le comunicazioni con il rione Baracche, costruito fuori le mura, a causa dei danni provocati dal terremoto del 1783. Le porte della città si aprivano al mattino per fare entrare i coltivatori degli orti che stavano intorno alle mura. Poi arrivavano gli uomini d’affari. Ad uscire erano, invece, gli operai per recarsi nei casali a svolgere le loro mansioni. Al tramonto le porte si chiudevano e nessuno poteva più entrare o uscire fino al giorno dopo.

    Nell’anno 1872 ci fu la prima e più imponente modifica del territorio. Infatti, delle piogge abbondanti causarono una frana di vaste proporzioni sulla sponda destra del torrenteLa Grazia; i detriti lo ostruirono verso la fine di un tratto pianeggiante dove si formò una specie di lago. Ma quando il materiale accumulato non riuscì più a reggere la forza dell’acqua che si raccoglieva a monte, tutto quanto precipitò nella vallata con grande fragore. Un’immensa quantità di materiale alluvionale inondò tutto il territorio che si trovava  sulle due  sponde del  torrente  nella  Marina;   agrumeti, case coloniche, mulini, furono sommersi da circa10 metridi detriti. Niente ritornò com’era prima.

    Nello stesso periodo, essendosi trasformato il pensiero della gente che non ritenne più necessario continuare a tenere la città entro la cinta muraria, furono abbattuti il Bastione di Porta Vaticana,la Torre Bassa,la Porta Nuova.Furono fatte molte modifiche e addirittura furono demoliti alcuni fabbricati. Oggi, per fortuna, possiamo ammirare alcuni palazzi e costruzioni varie tra i vicoli stretti del centro storico, dove il passato è quasi sussurrato dall’imponenza delle mura, dai portali ancora ben conservati e raccontano di uomini sapienti nell’aver lasciato ai posteri costruzioni resistenti alle calamità naturali del tempo, soprattutto quelle edificate sullo strapiombo della rupe come fossero la continuazione della stessa.

    Percorrendo il Centro Storico

    Centro storico

    Si passa da via Lauro in un altro piccolo spiazzo con i due palazzi Mottola e più avanti, nel Largo Migliarese, il palazzo Mottola-Gabrielli. Da qui si arriva all’affaccio che è la parte finale del  Corso Vittorio Emanuele II. Una balconata si affaccia dall’alto della rupe sul mare e si apre, agli occhi degli innumerevoli turisti,  un panorama che ha dello stupendo, con a sinistra l’Isola e gli sconfinati mare e cielo. Alla destra del Corso c’è il Palazzo Barone e salendo, si arriva nel largo S. Chiara; si passa al Largo Galzarano dove si innalzano i palazzi Toraldo, Mazzitelli e Coccia. Segue Via Lepanto e da lì s’incrocia nuovamente Via Indipendenza dove, sulla destra, si trova largo Guglielmini con il palazzo Di Tocco, che riporta un’architettura risalente al periodo barocco. Dalla Via Indipendenza si accede al Largo S. Giuseppe attraversando Via Rivellini e, attraverso il Vico Adesi, si ritorna sul Corso V. Emanuele II.

     Alcuni Palazzi

    Palazzo Mottola Gabrielli – E’ stato costruito nell’ottocento, attaccato alle vecchie mura di   cinta.   Il   piano  terra   conserva   ancora  le   strutture secentesche. Il portale d’ingresso è in granito con l’androne a doppia altezza, dove si aprono le scale a forma di tenaglia con un ballatoio che si affaccia sul giardino. Lo stemma della famiglia Mottola Gabrielli primeggia sulla volta a botte dell’androne, è fatto in oro con pino verde, sostenuto da due leoni ai lati.

    Palazzo Fazzari - E’ uno dei più interessanti per il suo portico tipicamente medioevale che si può ammirare nel lato prospiciente il mare; è composto di cinque arcate che illuminano la volta a botte.

    Palazzo Braghò - Fu restaurato nel 1921 con tecniche che richiamano lo stile Liberty e il Gotico Veneziano. I due ingressi opposti sono collegati da un androne molto ampio dove sono da rilevare le ringhiere in ferro battuto sulle scale e nel ballatoio. Il portale principale d’ingresso, sulla via Boiano, porta scolpita in alto la data del 1721. Lo stemma della famiglia è rappresentato da un toro rosso con una stella in alto, tutto su uno sfondo azzurro.

    Palazzo Tranfo - Riporta le strutture settecentesche e conserva ancora nel seminterrato gli impianti precedenti la cui caratteristica è di grandi volte a botte. Il palazzo è l’esempio tipico della casa Signorile tropeana. Lo stemma della famiglia Tranfo ha lo sfondo in oro ed è composto da un olivo su tre monti tutti in verde.

     

    Il Duomo       

    Entrando in piazza Duomo, da Via Roma, apparela Cattedralein tutto il suo splendore. Di costruzione romanico-normanna, presenta la fiancata rivolta al nord in tutta la sua originalità, così com’è originale la testata con il frontone d’ingresso. Sulla facciata si può ammirare un rosone risalente al periodo del cinquecento e un bassorilievo della Madonna di Romania. In diagonale rispetto alla facciata, c’è un grande portico dove sono situate cinque statue: I Santi Pietro e Paolo portati da Venezia per via mare nel 1582, S. Chiara, S. Francesco ela Madonnadelle Grazie provenienti dalla Chiesa di S. Chiara. Dentro, il Duomo si presenta con le caratteristiche delle Chiese Romaniche. E’ a tre navate con i pilastri di forma ottagonale che poggiano senza basamenti ed hanno semplici capitelli; gli archi sono a sesto acuto.

    Ai lati delle porte sono attaccate due bombe sganciate su Tropea durante la seconda guerra mondiale, insieme ad altre sei. Le bombe non esplosero e il popolo attribuì l’evento alla benevola  protezione  della  Madonna di Romania.

    Osservando la navata di destra si vede la cappella dei Baroni Galluppi, ne segue una seconda che ospita un crocefisso ligneo nero del XV secolo e la tomba del Venerabile Don Francesco Mottola. Si arriva ad un’uscita secondaria che dà anche l’accesso alla Sacrestia. Segue la cappella del S.S.Sacramento o di S. Domenica adornata da una cupola, da piccoli monumenti e tele che rappresentano la vita della Santa, ad opera di Grimaldi. Sull’abside di destra c’è l’organo e una statua in marmo scolpita da Montaseli. Un pulpito settecentesco in marmo policromo con un bassorilievo che rappresentala Natività, si trova nella navata centrale. L’abside centrale ha un coro in legno di noce. Sull’altare c’è il quadro della Madonna di Romania, Patrona della città. Oggi custodita dentro una cornice d’argento, l’immagine è giunta a Tropea dalla Tracia o dall’Argolide nel Peloponneso, per volere divino. Si racconta, infatti, che al tempo  dell’iconoclastia, un marinaio cercò di  salvare l’immagine imbarcandola sulla sua nave. Giunta nella rada di Tropea, non si riusciva più a proseguire sul mare come se una forza misteriosa trattenesse la nave. Il viaggio si poté riprendere quando l’icona fu portata dentro la città e riposta nella cattedrale con un grande seguito fatto dal vescovo, dal clero e dal popolo. Alla Madonna di Romania vengono attribuiti molti prodigi, tra cui quelli di aver risparmiato la città dalle terribili pesti, dai violenti terremoti che si sono succeduti nel corso degli anni, dai disastri dei    bombardamenti, specialmente quelli dell’ultima guerra e da altre calamità. I tropeani sono molto devoti alla Madonna di Romania;la Santaè presente nella vita di ogni giorno di tutti e viene festeggiata il 27 marzo. Procedendo ancora, nell’abside sulla sinistra c’è un ciborio in marmo scolpito del XV secolo ela Madonnadella Libertà. Dallo stesso lato si accede sulla piazza Duomo da una seconda porta. Al termine della piazza, là dove sorgeva il Bastione della Porta di Mare, c’è un “Belvedere” da dove si possono ammirarela Marinadel Vescovado, il Porto, lo scoglio di S. Leonardo e un lungo tratto di costa.

     

    Intorno al Centro Storico

    Intorno al centro storico si sviluppa il resto della cittadina, con palazzi, chiese, strade e monumenti altrettanto belli.      Si ricordano la chiesa della Michelizia del XV secolo, il Santuario di S. Francesco di Paola, il Convento dei Frati Minori, L’Annunziata. Tra i monumenti che adornano le piazze è di singolare importanza quello dedicato ai caduti della guerra del 1915-18 inPiazza  Vittorio Veneto. Il monumento è stato eretto per volontà dei tropeani emigrati a Montevideo in Uruguay i  quali, facendo una sottoscrizione,  raccolsero una cospicua somma in pesos oro. Il monumento, fatto dallo scultore Giuseppe Renda, è alto5,70 metri. E’ composto di tre parti, una vasta aiuola, una base in travertino dove sono incisi i nomi dei caduti e un modellato in bronzo che rappresenta un legionario romano in lotta con l’aquila bicipite.

    Molte strade sono intitolate agli uomini illustri che si distinsero in vari campi, perché, per questa cittadina, passarono uomini forti e coraggiosi, studiosi, artisti e santi. Si ricordano Ignazio Barone, Onofrio Colace, Aloisio De Lauro, il filosofo Pasquale Galluppi il cui pensiero, oggi, si vuole riproporre a livello europeo, i fratelli Vianeo dai quali ebbe inizio la chirurgia plastica; Don Francesco Mottola, sacerdote di grande spiritualità che visse la sua vita a servizio della povera gente, fondatore delle Case di Carità e degli Oblati del Sacro Cuore; dichiarato Venerabile da Papa Benedetto XVI, è in corso la causa di beatificazione; tanti altri ancora.

     La Bella Isola di Tropea

    Diventata il simbolo inconfondibile della cittadina, l’Isola di Tropea è conosciuta in tutto il mondo per la sua particolare bellezza. La sua posizione, collocata dalla benevola natura di fronte alla rupe su cui sorge la cittadina, con le sue case costruite proprio sullo strapiombo, la rende ancora più affascinante come fosse una fedele guardiana sempre pronta a vigilare al di là del mare, oltre l’orizzonte, giorno e notte.

    I turisti la guardano con stupore ed è la prima meta che ognuno si prefigge. Qualcuno, però, si domanda come mai è chiamata Isola quando è invece legata alla terraferma.

    Ecco la sua storia.

    Molto tempo fa, l’isola, un grande scoglio di arenaria, era circondata dal mare e se ne stava di fronte alla rupe in tono maestoso. Dall’alto del piano si ergeva, e si erge ancora,la Chiesettadedicata a S. Maria. Pare che sia stata eretta nell’anno 370 per ordine di S. Basilio il quale fece costruire in tuttala Calabriaquattro “celle” compresa quella di Tropea intitolata a S. Menna, un santo egiziano del III° secolo decapitato sotto il dominio di Diocleziano, perché si rifiutò di rinnegare la fede in cui credeva. Era chiamata anche “S. Maria del Presepe” per un grande quadro rappresentantela Sacra Famiglia.

    Papa Urbano II, nel 1077, assegnò la cella alla badia di Montecassino con il nuovo nome di S. Maria dell’Isola e, a tutt’oggi, vi appartiene accora. Sull’isolotto vivevano solo gli eremiti che applicavano il principio dettato da d S. Benedetto “ora et labora”; ogni tanto si rifugiavano i naviganti che, sorpresi dalle tempeste, trovavano riparo, o era usato per mettere in quarantena gli appestati. Secondo quanto affermano gli studiosi della storia di Tropea, i contatti con la terraferma erano mantenuti attraverso una corda molto robusta fissata allo scoglio da un capo e alla terraferma dall’altro e veniva usata solo per trasportare sull’isola indumenti, vettovaglie e qualsiasi altro oggetto di piccole dimensioni. Non era facile, infatti, salire sul piano dell’isola, bisognava arrampicarsi con molta fatica. Per arrivare all’isola dalla terraferma si usavano le imbarcazioni fino a quando, per effetto del continuo insabbiamento, fu possibile costruire un ponte. L’insabbiamento inarrestabile annullò, con il tempo, il tratto di mare fino ad unire l’isola alla costa. Solo in tempi non molto lontani venne costruita la scalinata che porta fino al piazzale della chiesa. Salendo, oggi, si vedono delle nicchie e delle piccole grotte dove, un tempo, i naviganti custodivano i loro oggetti. Nello scorrere del tempo, dunque, l’intera isola compreso il  santuario, subirono delle trasformazioni; ma le più importanti furono quelle determinate dai terremoti del 1783, del 1894, del 1895, del 1905, del 1908. La chiesetta conserva molto poco della primitiva costruzione dopo i continui rifacimenti. Antonio Sposaro, in “Sancta Maria de Insula de Tropea”, afferma che la chiesa originariamente aveva una forma tipicamente bizantina, che nel 1713 era strutturata su quattro navate, mentre oggi, invece, è strutturata su tre. All’interno sono custodite alcune tombe risalenti al periodo dell’alto Medioevo. Comunque, L’Isola di Tropea, è una vera testimonianza della vita religiosa e della presenza dei monaci nel territorio. E’  meta di visitatori. Si può osservare dall’alto della rupe su cui sorgono le case tropeane, dal lungo mare e, a salire sul suo piano, si può guardare un panorama indescrivibile, con Tropea di fronte e l’immenso mare con le Isole Eolie all’orizzonte. Ogni anno, il 15 agosto, si celebra la tradizionale festa dedicata all’Assunzione di Maria in Cielo. La partecipazione popolare, oggi, non si manifesta più come quella di un tempo, quando le donne salivano in ginocchio la scalinata per dimostrare la devozione alla Vergine e per chiedere protezione e grazie, ma è senza dubbio un momento bello e suggestivo, d’intensa spiritualità.

     Vittoria Saccà

    Intitolato al prof. Giuseppe Barritta il laboratorio multimediale dell’alberghiero di Tropea

    Prof. Giuseppe Barritta

    Del prof. Barritta è rimasto tanto rimpianto, soprattutto negli ambienti scolastici, perché si è perso  una grande figura di “Maestro”, capace di mostrare la strada giusta da percorrere ai tanti studenti, non solo con le parole, ma in special modo con il suo stesso esempio di vita, condotta con saggezza.  Scomparso improvvisamente nel luglio del 2010, il docente ancora in servizio, avrebbe dovuto essere collocato in quiescenza il successivo mese di settembre. La sua vita è stata dedicata alla scuola e all’educazione dei giovani soprattutto nell’ambito dell’indirizzo Professionale dell’istituto tropeano a cui lascia un ricordo intenso ed intriso di profonda gratitudine.

    Alla cerimonia d’intitolazione erano presenti l’assessore alla pubblica istruzione del Comune di Tropea Mario Sammartino, l’ assessore provinciale all’edilizia  scolastica G. Barbuto, il consigliere provinciale G. Macrì, i dirigenti scolastici G. Mazzitelli, G. Policaro, C. Pugliese, il segretario della Cisl R. Vitale  e tanti amici. Presenti tutta la famiglia del docente e tutti gli studenti degli ultimi tre anni di corso che hanno voluto esprimere con la partecipazione alla cerimonia il loro affetto e la loro gratitudine, avendo conosciuto il professore e conservando un caro ricordo di lui e dei suoi insegnamenti .

    Al saluto della dirigente Beatrice Lento, che ha ricordato lo spessore umano del professore attraverso la testimonianza di episodi di grande valenza etica, si sono unite le parole di ammirazione di tanti tra cui Andrea Soriano, ex allievo e rappresentante dell’Alberghiero.

    La cerimonia di intitolazione si è conclusa con la piantumazione di alberelli, dono della famiglia Barritta e con l’auspicio che il laboratorio multimediale, legato al nome del Professore, possa essere strumento di crescita per tanti studenti.

    “Per ricordare Pino, – ha dichiarato Lento –  ho voluto parlare da amica e non da dirigente, un’amicizia la nostra dai tempi del Liceo. Pino ha portato alla nostra scuola il dono della sua carica umana appassionata, del suo amore per l’insegnamento e per i giovani, del suo rispetto per i colleghi e della sua umiltà che lo portava a rimettersi in gioco senza imbarazzo per  ricominciare senza rimpianti e senza esitazioni. Lo ricorderemo seguendo il suo esempio di uomo, forte, buono e generoso”.

    Vittoria Saccà

    Convegno organizzato dal club Inner Wheel di Nicotera

     

    Think Ahead – Aim High

    International Inner Wheel

    Distretto 211

    Club di Nicotera

     CONVEGNO

    “ I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA): l’intervento della scuola e della famiglia”

    Nicotera, 27 aprile 2012 -  ore 17.00

    Biblioteca Liceo Classico Nicotera

     ….si possono, si devono salvare dal  “coma

    scolastico” quei ragazzi che cadono tramortiti come

    povere rondini contro la barriera della lettura e della

    scrittura.

    Daniel Pennac

    da “Diario di scuola”

     

    La  S.V. è invitata

     a partecipare

     La Presidente

    Piera Mobrici Fumarola

    Per Gisella

    Sign.ra Gisella Accorinti

    C’era una volta … u mastru!

    Da “mastru” Nino Spanto, cinquantacinque anni fa

    C’è stata un’epoca in cui gli adolescenti non “andavano” a danza, a musica, a scuola calcio, a pallavolo, a inglese e a chi più ne ha più ne metta. Tutte quelle attività che assorbono quasi interamente le ore pomeridiane dei ragazzi, fino a non molto tempo fa, erano pressoché sconosciute. Tutt’al più, giocavano a calcio, ma nelle strade e nelle piazze. Pagare per giocare è un costume in voga soltanto da un decennio a questa parte. Un tempo, si andava dal “mastru”, che era “un artigiano esperto e abile” (Giuseppe Pentimalli, Vocabolario ragionato del dialetto femijotu). Falegname, sarto, calzolaio, barbiere, panettiere, imbianchino, impagliatore di sedie (“seggiaru”), fabbro, fabbricante di basti (“vardaru”), cestaio, stagnino, tornitore erano le professioni che contavano più “discipuli” (apprendisti). Le botteghe degli artigiani erano una seconda scuola e anche chi, alla fine, non imparava l’arte, ne usciva in qualche modo “formato”. La maggior parte dei ragazzi “girava” due, tre, anche quattro mestieri, fino all’età del servizio militare. Famiglia, scuola, luogo di lavoro e infine la caserma, di fatto, hanno contribuito all’educazione di intere generazioni. 

    La bottega del “mastro scarparo” Nino Spanto si trovava in via Carusa, l’ex “calata” del cinema, in un tempo in cui (1957) il cinema ancora non esisteva. Era però in costruzione e da lì a poco sarebbe stato aperto al pubblico, gestito dai fratelli Domenico e Vincenzo (“u vichingu”) Luppino, rientrati in paese dall’Eritrea alla fine della seconda guerra mondiale. Dal calzolaio, i ragazzini imparavano a fare una scarpa dal nulla. Appena presa confidenza con trincetti e lesine, tagliavano il cuoio, cucivano la tomaia e i “petti” (le suole) con lo spago incerato e alla fine estraevano dalle forme inchiodate il prodotto finito. Il primo impatto con il lavoro consisteva in mansioni semplici: i più piccoli dovevano infatti raccogliere con una calamita “simiggi” e “zippe”, i chiodini che restavano per terra a fine giornata e che dovevano poi raddrizzare in modo da renderli riutilizzabili. Non era previsto alcun compenso. Erano anzi i ragazzi a omaggiare il “mastro” (feste comandate, onomastico e compleanno), il quale si sostituiva all’autorità paterna, grazie alla delega conferitagli (“se faci u malu, minati”) ed esercitata con schiaffi e nerbate generosamente distribuiti. 

    A partire da sinistra, in alto: Cosimo Surace (“u Patru”), ’Ntoni Saccà (“u Casettotu”), “mastro” Nino Spanto, Vincenzo Gabrotti, Nino Villari (“u Zoppareddu”, “Ngaiò”). In basso: Rocco Polimeni, Gaetano Comandè (“u Gattu”), Diego Forgione (“Mario”, “u Tornaru”), Franco Tripodi, Carmelo Pentimalli.

    Domenico Forgione

    “Cu a capu vasciata”

    Showcase Gianfranco De Franco

    presentazione dell’album 

    Cu a capu vasciata” 

    con 

    Gianfranco De Franco (sax, clarinetto, glockenspiel, loop machine, microkorg, midiwind)

    Ilaria Montenegro (flauti traverso, percussione)
    “…cu a capu vasciata a cuntà i petri pi nterra…!” (trad. Con la testa bassa contando le pietre per terra) recita Saverio La Ruina, attore calabrese pluripremiato per gli spettacoli “Dissonorata” e “La Borto”.
    “Cu a capu vasciata” è il titolo dell’album di Gianfranco De Franco, autore delle musiche dei due spettacoli che hanno ottenuto un enorme successo di pubblico e critica. De Franco sul solco tracciato delle “arie soffiate” che davano anima ai personaggi di La Ruina (Pascalina e Vittoria), ricostruisce mettendo in primo piano la musica; quella musica che in maniera discreta e soave sfiorava la cantilenante e ipnotizzante partitura teatrale.
    con l’occasione verrà presentato il videoclip del brano “Le zitellone claudicanti“, regia di Massimiliano Ferraina

    Alcune Recensioni

    “…delicato, soffice, ma algido e violento, Cu a capu vasciata è un lavoro d’altri tempi, in cui la passionalità musicale

    mediterranea e le gelide atmosfere sintetiche procedono di pari passo in un’opera di scoperta culturale, di sensibilità e

    leggerezza, di vita ed amore. Idealmente suddiviso in una trilogia romantica dedicata all’anima delle donne, al disagio

    sociale e alla disperante rassegnazione, Cu a capu vasciata si configura come uno dei lavori più importanti per la

    rinascita artistica italiana.…”

    (Stefano Ricci – MusicZoom)

    “…il volo di De Franco, non si ferma qui, riparte per mille altri faldoni di vita e mente, vola dentro le sperimentazioni

    come in questo stupendo caso dove, durezza, nudità, visioni e capogiri sono un qualcosa che va oltre il teatro e il suo

    “surround”, molto oltre le percezioni di amori e conflitti, ma molto vicino al pulsare vivo di un corpo o di più corpi che

    vuole, vogliono, la rivincita di una vita negata, meglio dire tagliata. Prezioso come l’aria che si respira o si vorrebbe.…”

    (Max Sannella – L’Indiependente)

    SISTEMA BIBLIOTECARIO VIBONESE - MERCOLEDI’ 11 APRILE 2012, ore 18,30 - POLO CULTURALE SANTA CHIARA