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    27 GENNAIO – PER NON DIMENTICARE


    NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA
    “GIUSTO FRA I GIUSTI”

    Qualche tempo fa, quando ancora era in vita, ho accompagnato Padre Pier Sandro Vanzan, grande amico della Comunità Casa del Giovane, giornalista e scrittore della Civiltà Cattolica, e relatore del Convegno in memoria di Giovanni Palatucci, nell’aula magna della Questura di Pavia.
    Ha iniziato il suo intervento definendo Palatucci eroe umile, servo di Dio come la sua fede, un grande poliziotto non per stazza fisica, ma per quell’amore autorevole che ha saputo incarnare e profondere, uno di quei personaggi che sanno smuovere le coscienze, esempio di grande impatto umano, che non è possibile fare a meno di ammirare e sperare di emulare anche solo di rimbalzo.
    Un funzionario dello Stato che non si è celato dietro le leggi, le sanzioni, quelle leggi antisemite che in tanti fecero rispettare, ma che egli invece sfidò, le mise di lato clamorosamente, rischiando in prima persona, aiutando gli indifesi, quegli ebrei ridotti a cose, non più parte di alcuna umanità, neppure quella più derelitta e sconfitta.
    “Ci tengono dietro le scrivanie, invece di mandarci in mezzo alla gente “: denunciare pubblicamente questa disfunzione bastò per esser punito e spedito al confino a Fiume, ma non riuscirono a placcarlo, fece tutto ciò che solo i miracoli possono fare.
    Morì a Dachau di umiliazioni, di stenti, di tifo, ma non sono le medaglie che ha ricevuto in seguito a farne il famoso Questore buono, bensì l’esser stato testimone attivo della speranza, proprio come sta in quel motto che contraddistingue chi serve in Polizia, vicini alla gente, tra la gente, con la gente.
    Palatucci bandiera di dignità, di fiducia, nonostante le contraddizioni delle leggi, Palatucci dilacerato da quelle leggi che andavano violate, disattese, perché profondamente sbagliate, proteso a salvare quanti più cittadini in disgrazia, di ebrei e futuri deportati, uomini nati liberi e privati ingiustamente della propria libertà.
    Cinquemila uomini trasse in salvo, esseri umani destinati al macero, facendoli fuggire su navi greche, dirottandoli con documenti falsi, nascondendoli dallo zio Vescovo, dove l’accoglienza si fece salvezza.
    Quale spirito scavava al fondo della sua anima, muoveva i passi della sua missione, forse occorre chiederlo a quanti ha salvato per comprenderne il furore di Giustizia, ben sapendo che solo colui che è lassù sopra di noi, è nella posizione di salvare chicchessia, ma forse Palatucci ha avuto dal suo “Capo”, l’autorizzazione a farsi uscita di emergenza.
    Non andavano da lui, era lui che andava a cercare quegli uomini, quelle donne, quei bambini, in procinto di varcare i cancelli della morte nei campi di stermino, quando non erano neppure più numeri da apporre alla fossa.
    In ebraico il titolo di giusto tra le nazioni di Israele, significa santo, sono 417 i giusti degli ebrei, ognuno per lo meno con una azione eroica al suo attivo: Palatucci fu eroe tutti i giorni, nei gesti quotidiani ripetuti, nel rispetto della sua fede, oltre la legge degli uomini, un esempio da portare a mano nelle scuole, nella vita di ciascuno.
    La Shoà, un dramma che si sta studiando ancora per il bisogno di riappacifare, riconciliare, metabolizzare per non negare l’inaccettabile, bisogna ricordarlo e bisogna guardare a “Palatucci giusto fra i giusti, perché davvero pochi lo furono veramente, molti furono complici”.

    Vincenzo Andraous
    Responsabile Centro Servizi Interni
    Comunità Casa del Giovane
    Pavia 25-1-2012

    Mario Congiusta, padre di Gianluca, al liceo classico Galluppi di Tropea, con gli studenti

    “Noi non cerchiamo compassione, non odiamo nessuno, non vogliamo compassione”, con queste parole inizia a relazionare, di fronte agli studenti del Liceo Classico durante la mattinata del 26 Novembre, il Sig. Mario Congiusta, Padre del fu Gianluca Congiusta, un ragazzo che, come tanti, continuando l’attività commerciale della sua famiglia, aveva aperto un negozio di telefonia, ma un uomo come pochi, che per essersi opposto al “Pizzo” ha purtroppo dovuto affrontare la morte, freddato da un colpo alla testa mentre guidava, il 24 maggio del 2005 all’età di soli 32 anni. IL signor Congiusta ha raccontato la sua triste storia alla platea di centosessanta studenti del Liceo Classico, che con religioso silenzio hanno prestato attenzione alle parole cariche di dolore ma al contempo di rabbia perché “se Gianluca fosse nato a Bolzano, oggi sarebbe nel suo negozio a lavorare”; il reale problema sta nel fatto che lo stato ha dimostrato una sorta di disinteresse, negli anni passati, ad estirpare la presenza ‘ndranghetista, e questo fa riflettere, “uno stato che non punisce i reati, non è uno stato serio”, il terrorismo è stato bloccato quando un governo lo ha seriamente deciso, ma è stato mai deciso di estirpare le organizzazioni malavitose? Sono troppi i paradossi legali in uno stato che è diventato eccessivamente garantista nei confronti dei criminali e troppo poco delle vittime, basti pensare che spesso l’ergastolo che teoricamente dovrebbe essere carcere a vita si risolve il più delle volte in una riduzione di pena, “i mafiosi devono essere condannati fine pena mai, come non avrà mai una fine il mio dolore”.

    Al termine dell’incontro il Signor Mario Congiusta, ha dedicato qualche minuto a rispondere alle domande dello scrivente.

    -Cosa vuole dire ai giovani, che vivono al sud, in merito all’illegalità diffusa?

    “Non conviene avvicinarsi agli ‘ndranghetisti, perché alla fine i ragazzi che si avvicinano a questo ambiente non diventano altro che servi, vengono sfruttati per compiere operazioni criminali, ma alla fine non c’è vantaggio per i giovani che vi si avvicinano. Gli fanno fare i corrieri per la droga, ma una volta su dieci c’è l’arresto, la prima volta l’avvocato glielo pagano, ma non glielo pagheranno per sempre. Intanto finiscono dietro le sbarre e procurano dolore alla famiglia. Nessun boss si è mai goduto le ricchezze accumulate, la loro vita è penosa, metà l’hanno fatta di latitanza, metà l’hanno fatta in carcere, che cosa hanno goduto della loro vita, del quotidiano? Mentre tuo padre ti ha visto crescere, ti ha visto fare la prima comunione, i mafiosi no, i loro figli sono cresciuti senza padre e con la paura: chi spinge un giovane ad avvicinarsi alla ‘ndrangheta? La chimera dei soldi facili? Capisco che lavorare per 40-50 euro non è facile ed è più facile farsi un viaggio per Roma con un chilo di droga, ma sta sicuro che prima o poi le forze dell’ordine li beccano, e li mettono dentro, finiscono dietro le sbarre.”

    -Cosa mi dice in merito alla collusione fra istituzioni, non solo stato, ma anche scuola ad esempio, con le organizzazioni a stampo mafioso?

    “Non penso che ci possano essere collusioni fra scuola e ‘ndrangheta. L’altra volta leggevo la lettera scritta da un giornalista, si chiama ‘ E’ na malatia’, nella lettera si sottolinea che questo concetto, questa voglia di imitare i mafiosi, sta diventando una malattia, anche professionisti, fanno credere di essere chissà chi, e poi mafiosi non sono; fino a qualche anno fa essere mafiosi significava uscire in paese e trovarsi di fronte a duemila inchini, ma oggi, se un giovane incontra un mafioso, se ne frega di lui, manco lo saluta, se lo vede, lo scansa; è indubbio che la scuola è importante, ma non possiamo mollare tutto addosso alle insegnanti, che possono dire ‘io non lo so fare questo lavoro, io sono preparata ad insegnare a leggere e scrivere’; la scuola deve svolgere una parte importante, ma il ragazzo ci passa solo 4 ore. Bisogna vedere quali siano le organizzazioni e le associazioni che si devono sobbarcare questo compito, la famiglia prima di tutto che deve dare un’educazione corretta. Anche la chiesa può svolgere un grosso ruolo. Fino ad oggi la chiesa ha svolto un ruolo negativo, perché nel momento in cui si impartisce la benedizione papale alla figlia del boss che si sta sposando certo non è un esempio positivo. Ma anche qua non facciamo di tutta l’erba un fascio, non possiamo più pensare che si consenta ad una persona di battezzare 500 bambini, perché se battezzi 500 bambini hai già 2000 voti assicurati, e 4 consiglieri comunali. Noi abbiamo chiesto, ed io in particolare ho chiesto personalmente al vescovo, di imporre un limite, fare il padrino è una cose seria, ossia che io mi sostituisco al padre se questo sta male o manca. Lo posso fare per uno, non per 200. Visto che fino ad oggi c’è stata l’abitudine di far battezzare il bambino al padrino, o capocosca come viene chiamato, se la chiesa comincia a porre un limite, ne viene limitato anche il consenso. I cappellani delle carceri devo essere sostituiti ogni due anni perché a furia di vivere a contatto con un criminale alla fine si fa impietosire, prova pietà e magari gli fa un favoretto. Io non voglio tirarla addosso alla chiesa, io sono cattolico, ma è per dire che ognuno di noi deve fare la propria parte, la corresponsabilità di cui parla Don Luigi Ciotti. Ognuno di noi deve fare la propria parte, la scuola, la chiesa, i giudici, le forze dell’ordine, tutti quanti”.

    -L’ex premier, riferendosi a coloro che hanno fatto “9 film de la piovra” e in generale a coloro che fanno fare brutta figura all’Italia descrivendone le situazioni, disse “li strozzerei tutti”, lei cosa vuole rispondere ad un attacco del genere ai media?

    “Guarda, nascondere la spazzatura sotto il tappeto non vuol dire aver pulito; se in Italia abbiamo la ‘ndrangheta, è inutile che qualcuno dica che la colpa è dei media, la colpa è di chi non l’ha combattuta prima. E’ come prendersela con il giornalista che ha scritto che il mare è sporco, no! Noi dobbiamo prendercela con chi ha sporcato il mare. Se la ‘ndrangheta c’è, ce la prendiamo con il giornalista che magari fa giornalismo d’inchiesta e scopre anche qualcosa? Ce la dobbiamo prendere con chi il fenomeno l’ha alimentato. Se la nascondiamo facciamo quello che ha fatto la ‘ndrangheta in Germania quando ha fatto passare per folle la giornalista Petra Reski, che dopo la strage di Duisburg, ha cercato di spiegare ai tedeschi cosa sia la ‘ndrangheta. Ti assicuro che la ‘ndrangheta è riuscita ad organizzare una serie di eventi facendo arrivare persone che ballavano la tarantella, spiegando ai tedeschi che Petra Reski è pazza, che la mafia in Germania non esiste, e che è folklore. La Reski oggi però vive in Italia perché è stata minacciata di morte e vive in una città italiana sotto scorta. Però quando hanno interrogato la signora che abitava al piano superiore del proprietario del ristorante di Duisburg dove è avvenuta la strage, e le hanno detto che forse è implicato il titolare del ristorante, ha risposto incredula dicendo che quando la incontra, le porta su persino le buste della spesa. Quindi capisci quanto è difficile spiegare all’estero cosa è la ‘ndrangheta? Non fa parte del loro retaggio culturale”.

    La ringrazio per la grande disponibilità e cortesia.

    Francesco Barone

    (Nella foto: Gianluca Congiusta)

    Vittorio Visalli, lo storico nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte

    Garibaldi fu ferito. I fatti d’Aspromonte nella ricostruzione di Vittorio Visalli

    Vittorio Visalli, lo storico nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte il 15 ottobre 1859 e morto a Reggio Calabria il 27 giugno 1931, è conosciuto principalmente per le opere I calabresi nel Risorgimento italiano e Lotta e martirio del popolo calabrese (1847-1848). Meno noto è invece il lavoro dedicato al ferimento di Giuseppe Garibaldi sull’Aspromonte, il 29 agosto 1862. Aspromonte, stampato per i “Tipi F. Nicastro” a Messina (1907), è un agile libretto di 74 pagine, suddiviso in nove capitoletti e un’appendice documentaria, che ripercorre il tentativo dell’Eroe dei Due Mondi di marciare su Roma per porre fine al potere temporale dei Papi e consegnare all’Italia la capitale naturale, interrotto tra i pini della località “Forestali” dalle truppe piemontesi del colonnello Emilio Pallavicini.
    La particolare circostanza in cui il libro vide la luce induce al sospetto sulla sua reale diffusione e, di conseguenza, notorietà anche tra gli addetti ai lavori. “Una semplice e veritiera narrazione popolare del tentativo garibaldino su Roma” per “aiutare un’opera di alta beneficienza, la costruzione di un Sanatorio per tubercolosi” nel luogo del ferimento: così Visalli presenta il volume. Che non deve avere avuto molta fortuna, se non viene citato neppure dal massimo storico reggino, Gaetano Cingari, a differenza delle altre due pubblicazioni. A recuperare il volume dall’oblio ha però provveduto, nel 1995, l’editore Barbaro di Oppido Mamertina, che ne ha curato la ristampa anastatica. I piccoli editori sono perennemente con l’acqua alla gola, pronti a chiudere da un momento all’altro, né hanno la possibilità di sostenere un elevato battage pubblicitario. Più appassionati di storia e di storie che imprenditori, cercano l’equilibrio tra la quadratura dei conti e l’offerta di un prodotto apprezzabile. Nel caso di Aspromonte, è stata compiuta un’operazione di recupero del patrimonio culturale locale davvero encomiabile.
    L’autore segue passo dopo passo Garibaldi e i suoi volontari nella sfortunata impresa, che inizia – è noto – con il consueto giallo all’italiana. C’era, come due anni prima (spedizione dei Mille), un tacito accordo tra il Generale e il governo piemontese? Di certo, nessuno dei protagonisti fece molto per fugare l’ambiguità. Visalli condanna senza appello la “pusillanimità” del presidente del consiglio Urbano Rattazzi, ma dà anche conto dei tentativi bonari di arrestare la marcia delle camicie rosse, portati avanti da deputati della Sinistra parlamentare, amici e commilitoni di Garibaldi (Nicola Fabrizi, Antonio Mordini, Salvatore Calvino, Giovanni Cadolini). Per la ricostruzione degli avvenimenti, lo storico eufemiese non solo si affida a diverse fonti (biografie e autobiografiche, orali, documentarie), ma le mette anche a confronto, operando un controllo incrociato necessario per distinguere l’agiografia e la retorica risorgimentale dalla verità storica. Viene così sconfessata la tesi di Alberto Mario sul presunto tradimento del sindaco di Melito, accusato ingiustamente di avere indotto Garibaldi a dirigersi sull’Aspromonte perché lì attendevano “patriotti in arme fremebondi e vettovaglia copiosa”. Un falso smentito peraltro dallo stesso Garibaldi, quando ammette di avere egli peccato di “irresoluzione”.
    Francesco Guardione, Giulio Adamoli, Piero Mattigana, Giuseppe Guerzoni, Francesco Bideschini, Giacomo Durando, Jessie White Mario, Francesco Bertolini, Celestino Bianchi, Enrico Albanese, Salvatore Calvino, Giuseppe Romano Catania, Alberto Mario: testimoni che hanno tramandato nelle rispettive memorie l’epopea garibaldina (non solo i fatti d’Aspromonte), essendone stati protagonisti diretti. E poi lettere e documenti ufficiali, riportati in appendice, ma anche testimonianze orali, come quella di Francesco Melari, ufficiale medico garibaldino. Il libro si chiude con la caduta del gabinetto Rattazzi e l’amnistia concessa da Vittorio Emanuele II in occasione delle nozze tra la principessa Maria Pia e Luigi I di Braganza, re del Portogallo. Sullo sfondo, un Garibaldi eroe romantico, al quale va la simpatia dell’autore, che si sta ristabilendo dalla ferita e, seppure sconfitto, “riconsacra nel sangue” l’ineluttabilità e “la necessità di Roma italiana”.

    Le spoglie di Visalli riposano al cimitero di Gioia Tauro. Sul marmo, l’epigrafe scritta dal fratello Luigi: “Qui fra i suoi riposa/ Vittorio Visalli/ figlio e nepote di Patriotti/ educatore degli educatori/ di varie generazioni/ che il glorioso passato/ di fede di azione e di martirio/ del popolo calabrese/ sottrasse a le ombre dell’oblio/ affidandolo a luce dei secoli MDCCCLIX–MCMXXXI”.

    Domenico Forgione

    Una straordinaria presenza: Don Luigi Ciotti

    Enzo Loiacono, don Luigi Ciotti, Pasqualino Pandullo

    TROPEA – Tantissima gente ad attendere l’arrivo di don Luigi Ciotti, presso il museo diocesano gremito in ogni suo angolo. Un’attesa che si è rivelata positiva per il prezioso bagaglio di messaggi di vita che ognuno ha portato con sé, lanciati con profonda sincerità e veemenza, dal fondatore di Libera, sacerdote che svolge la sua missione a 360 gradi per il bene e la rinascita dei cuori e delle anime.

    A lui, il saluto del presidente del Rotary club, organizzatore dell’evento straordinario, Vincenzo Loiacono, il quale, tra l’altro, ha fatto un breve curriculum del gradito ospite sottolineando che il   club,  sposa in pieno i temi che Libera ha alla sua base.

    Sono seguiti i saluti di Giuseppe Sarlo, presidente del circolo vibonese della stampa il quale ha evidenziato che la presenza di don Ciotti esalta il Rotary e mette tutti a pensare e a riflettere su ciò che “vogliamo essere”. Giuseppe Barbuto, vice presidente della provincia di Vibo Valentia, ha sottolineato invece che don Ciotti “è un uomo del nord che non ama la secessione” e che ha sceltola Calabriadove la sua gente, con caparbietà, vuole eliminare la delinquenza e il malaffare.

    Per il vice sindaco Massimo L’Andolina, don Ciotti può essere paragonato ad un personaggio uscito dalle pagine di Edmondo De Amicis perché lotta con determinazione contro tutto ciò che è male.

    Non sono mancati i saluti del governatore Piero Miccoli portati dal suo assistente Giuseppe Zampogna, della dirigente dell’IIS Beatrice Lento a cui il Rotary ha fatto dono di alcuni libri di don Ciotti da tenere in biblioteca a disposizione degli studenti.

    Don Luigi Ciotti, impegnato sin da giovane, nel 1965 fondò il gruppo Abele. E quando il cardinale Michele Pellegrino lo nominò sacerdote nel 1972, questi gli affidò come parrocchia “la strada” nella quale già, il giovane sacerdote, aveva fatto quelle sue prime esperienze di vita che lo avevano convinto ad impegnarsi per la tanta gente che qui vi soffre. Poi nel 90, don Ciotti allargò il suo impegno contrastando la criminalità organizzata e nel 95 fondò il coordinamento di Libera, nomi e numeri contro le mafie e che oggi ha circa 1600 realtà nazionali ed internazionali.

    L’intervento di don Luigi Ciotti, che sebbene febbricitante non si è sottratto all’impegno assunto, è stato stimolato dalle domande a lui rivolte dal giornalista Pasqualino Pandullo, e suggerite dall’ultimo libro pubblicato “La speranza non è in vendita”. Don Ciotti ha detto che oggi, purtroppo, si è costretti a registrare “un impoverimento generale” che va da quello sociale ad una deriva culturale. “Chi di noi vive l’accoglienza – ha proseguito – è testimone di come tutti i servizi siano strapieni. Tocchiamo con mano quanta gente chiede aiuto”. Due milioni e mezzo di giovani senza lavoro ed anche gente, in giacca e cravatta, si rivolge a loro perché non sa come vivere la giornata. “Ma la cosa che più m’inquieta – ha aggiunto – è l’impoverimento della speranza”.

    Don Ciotti, che ha dichiarato di amarela Calabriadove suo padre lo portò da piccolo nella città di Pizzo che lo ha nominato cittadino onorario, non ha esitato a dichiarare che la pubblicazione del suo ultimo libro, è sorta dalla necessità di reperire fondi per poter operare meglio nel sociale dove si è augurato ci sia “meno solidarietà, ma più diritti e più giustizia, perché non vorrei che la solidarietà diventasse un alibi. Lo Stato – ha detto inoltre – deve fare la sua parte. Più giustizia sociale vuol dire più lavoro per la gente”. I suoi più grandi riferimenti sono due: il Vangelo ela Costituzioneitaliana.La Costituzione, ha proseguito, si fonda su due punti essenziali, ovvero la giustizia e la dignità umana. Ma non stanno in piedi se non vi è anche il terzo punto che si chiama responsabilità, quindi la libertà che Dio ha voluto per tutti con il suo progetto di vita. L’impegno di Libera, ha ancora detto, è quello di liberare chi libero non è.

    Tanti altri ancora sono stati i punti toccati dal sacerdote, come quello della raccolta di oltre un milione di firme per l’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati, la campagna contro la corruzione portata avanti nel 2010. E poi, le colpe delle banche, il grido lanciato da Libera per il gran disagio che creano le lotterie e il gioco d’azzardo in un periodo in cui la situazione economica è difficile e la gente cerca una possibile soluzione ai problemi in un colpo di fortuna attraverso il gioco che, a volte, si rivela nefasto. Un fiume in piena don Luigi Ciotti, anche con i ricordi su don Italo Calabrò, sulla giovane Rita Adria, sul giovane Giuseppe che a soli 18 anni venne ucciso dalla mafia in Aspromonte. Ed è stata quasi viva la sua voglia di salvare questa terra dalle azioni degli uomini corrotti sottolineando che vorrebbe si parlasse un po’ meno di don Ciotti, quindi di “un io” e molto di più di un “Noi”. E mentre porta su di sé il dolore di tutte le cose di cui è testimone lungo il cammino della sua missione, trova il sorriso per affermare che ha scelto di stare dalla parte della gente che “fa fatica” per andarle incontro e dare speranza.

    Vittoria Saccà

    Una brochure per far conoscere la scuola

    PARGHELIA – L’idea è stata dei genitori degli alunni che frequentano la scuola primaria e per l’infanzia che porta il nome di “Giovanni Paolo II”. Un’idea che sia il sindaco Maria Brosio, sia l’assessore all’istruzione pubblica Anna Sambiase, hanno sin da subito accolta e ad oggi definita “un’iniziativa lodevole e degna di nota”. I genitori, infatti, autofinanziandosi, hanno provveduto a far stampare una brochure tutta a colori e che verrà distribuita nelle famiglie e nelle scuole dei paesi vicini. Lo scopo è quello di far conoscere il plesso scolastico e quindi di invogliare altri ad iscrivere i propri figli presso una scuola che, da oltre cinquant’anni, opera nel territorio con grande efficienza. Centinaia di copie, quindi, faranno il giro di tutto il comprensorio. L’opuscolo, affermano Brosio e Sambiase, è stampato a colori. Porta il titolo “La mia scuola è bellissima”,  ed è illustrato con foto ed un disegno in copertina. All’interno vi sono elencati tutti i servizi e le opportunità didattiche che la scuola comunale offre ai bambini dai tre ai dieci anni. Il primo cittadino e l’assessore ringraziano anche  Filippo Meligrana per aver curato la grafica “pur trovandosi lontano dal nostro paese”. I motivi per cui sarebbe opportuno scegliere “la scuola bellissima” di Parghelia “ sono quattro”, ossia le aule, lo scuolabus, la didattica e la mensa. L’istituto, infatti, offre ai suoi piccoli scolari il laboratorio di informatica, lo scuolabus e quindi la possibilità di uscite con mezzo di trasporto messo a disposizione dal Comune, il modulo scelto dai genitori di trenta ore, la mensa che si avvale di un menù vario  e con i piatti preparati sul momento e negli stessi locali della scuola. La brochure si pone quindi come una vera campagna di promozione ideata e voluta dai genitori dei bambini che frequentano la scuola, che dimostra particolare sensibilità e interesse per l’ambiente in cui i loro figli trascorrono gli anni della loro formazione. Contemporaneamente, dimostra il forte spirito di collaborazione con  l’Amministrazione comunale che si è dimostrata sempre vicina all’istituzione ed al suo personale. L’amministrazione, dunque, oggi rende atto “dell’importanza di tale iniziativa” per cui ringrazia “tutti coloro che si sono impegnati primi fra tutti i genitori e gli insegnanti per l’opera educativa che compiono quotidianamente per consegnare alla società giovani formati ed educati al vivere civile”.

    Vittoria Saccà

    Intervista a Luigia Barone, presidente di Attivamente coinvolte

    TROPEA – Abbiamo incontrato l’avvocato Luigia Barone, impegnata da anni nel contrasto alla violenza sulle donne in campo nazionale ed internazionale. Presidente dell’associazione Attivamente coinvolte, con uno sportello anche nella nostra cittadina, è oggi anche vice presidente dell’Organizzazione internazionale “Differenza Donna”.

    -Quando e perché ha scelto di dedicarsi al contrasto della violenza sulle donne?

    La scelta è maturata negli anni del liceo; l’incontro con professori straordinari mi ha spinta a guardare con curiosità il mondo che mi circondava ed ho avvertito come, anche nella nostra Tropea giungessero echi delle ingiustizie e delle difficoltà vissute dalle donne in tutto il mondo ma anche delle tante conquiste raggiunte a tutela delle donne, grazie a coraggio e ad un forte spirito di solidarietà.  Ero una ragazzina quando ho letto per la prima volta la storia di Franca Viola, la donna siciliana che da giovanissima ha avuto il coraggio, insieme a tutta la sua famiglia, di opporsi al “matrimonio riparatore” che molto spesso interveniva a seguito di casi di stupro di donne. Negli anni dell’università l’incontro conla Casadelle donne maltrattate di Bologna ha sollecitato con forza il desiderio d’impegnarmi affinché sempre più donne potessero essere libere di scegliere e consapevoli di essere dei soggetti di diritto.

    - In che maniera hanno risposto gli ambienti politici regionali e provinciali al suo appello di avviare campagne di sensibilizzazione contro la violenza alle donne?

    Con mia grande sorpresa ho trovato fin dall’inizio interesse e disponibilità nelle persone presenti nelle amministrazioni coinvolte. Nonostante l’esiguità delle risorse è stato possibile iniziare a promuovere interventi di sensibilizzazione sul territorio che si sono rivelati preziosi per dare l’avvio ad una riflessione seria sul fenomeno della violenza ai danni delle donne e dei bambini e sulle conseguenze da essa prodotte. Con il trascorrere degli anni si è avviato un circuito virtuoso che ha consentito di interessare molte ed autorevoli Istituzioni che hanno assunto una posizione chiara di condanna verso questo fenomeno e le azioni di prevenzione e di contrasto della violenza sono state considerate delle priorità su cui intervenire e che ha portato ad azioni concrete.

    -Ha incontrato difficoltà quando ha deciso di aprire uno sportello di ascolto a Tropea?

    Non sempre le cose sono state semplici ma il percorso che ha preceduto l’apertura degli sportelli di volontariato prima a Tropea e poi a Catanzaro ha visto un ampio coinvolgimento non solo delle Istituzioni ma anche di tantissime realtà associative e di persone con le quali abbiamo condiviso finalità, obiettivi ponendo in primo piano il forte desiderio di rappresentare una nuova risorsa per il territorio. Impossibile ringraziare singolarmente le centinaia di persone che ci hanno fornito sostegno, che ci sono state vicine in questi primi anni di lavoro e che hanno dato prova della solidarietà di cui è capace la nostra terra. E’ grazie alla rete formale ed informale, fatta spesso di gente comune, che ha fornito un sostegno prezioso e che ha reso possibile dar vita agli sportelli ed a tanti eventi. A questo, va aggiunto il sostegno ricevuto da coloro che hanno scelto di dare voce, attraverso Attivamente coinvolte, alle centinaia di donne che ogni giorno subiscono violenza.

    -Che realtà ha trovato nell’universo femminile tropeano?

    Con orgoglio posso dire di essermi imbattuta in un universo variegato quanto attivo. Ho avuto il privilegio di incontrare donne di età diverse, provenienti da ambienti diversi ma con un minimo comune denominatore: grinta, intraprendenza e passione. Sono tante le donne che si impegnano per il nostro territorio, professioniste capaci, madri che si dividono tra famiglia e lavoro. Non è un caso che vi siano tante realtà associative femminili che da anni operano nella nostra città.

    -Ha trovato differenze significative tra le donne della nostra terra e quelle del resto della Nazione?

    Il lavoro che ho la fortuna di fare mi ha permesso di conoscere tantissime donne italiane ma anche di nazionalità diverse ed il mio osservatorio, pur estremamente particolare, mi porta a definire le donne attraverso la citazione di un prestigioso avvocato iraniano, già Premio Nobel, Shirin Ebadi “le donne sono un solo popolo sparso ovunque nel mondo, hanno problemi uguali che attraversano e travalicano religioni, costumi, culture”. Il nostro territorio molto spesso non offre grandi risorse o opportunità ma, nonostante le difficoltà, l’attivismo è molto presente. Ho incontrato anche a Tropea, a Catanzaro ed in altri paesi donne straordinarie che hanno scelto di mettersi in gioco e di percorrere insieme a me un pezzo di strada importante che si chiama Attivamente Coinvolte.

    - Nello specifico, quali interventi sono stati avviati nel nostro territorio?

    Le attività intraprese con il sostegno di amministrazioni e di altre realtà associative sono state numerose ma quelle a cui tengo principalmente, sono le azioni che hanno coinvolto gli studenti. In più circostanze ho avuto modo di dire che i ragazzi rappresentano “il seme sano della nostra terra” e che è nostro dovere e responsabilità investire su di loro. Ho incontrato e mi sono confrontata con ragazze e ragazzi intelligenti e capaci di esprimere le loro idee con determinazione, di confrontarsi, di mettersi in discussione ed in possesso di straordinarie doti comunicative, grazie alla sensibilità della dirigente dell’IS di Tropea, del corpo docente e dei tecnici.

    -Oggi Lei è anche vice- presidente dell’Organizzazione internazionale “Differenza Donna”, in che maniera continuerà ad essere presente nel nostro territorio?

    Semplicemente, continuerò a farlo. Differenza Donna è una realtà importante che gestisce Centri antiviolenza sul territorio romano e cura importanti progetti di cooperazione internazionale. La mia volontà è quella di provare a mettere tutte le dee, le competenze e le risorse acquisite nel mio lavoro a disposizione della mia terra, nella speranza che il circuito virtuoso non si interrompa ma piuttosto possa produrre frutti importanti. Colgo l’occasione per augurare a tutte le donne un anno nuovo sereno, felice e soprattutto senza alcun genere di violenza.

    Vittoria Saccà 

    Premio Ciak di Calabria al regista Enzo Carone

    TROPEA – Un altro riconoscimento è giunto al regista Enzo Carone. Qualche giorno fa, è stato premiato a Cosenza, presso il teatro “Aroldo Tieri”, in occasione della serata conclusiva del Festival del Corto di Mendicino. Il regista tropeano ha ricevuto il premio “Ciak di Calabria” per il suo primo film “Piacere…. Io sono Piero!”. Un film che è stato il suo primo lungometraggio dopo le tante esperienze di corto che già gli hanno dato tante soddisfazioni. Il lungometraggio, che attualmente è all’ultima fase di montaggio, è il frutto di un lavoro inedito e complesso per l’autore che, per l’occasione, ha rivestito la veste di scrittore, regista e produttore. Il film, quanto prima, sarà presentato ufficialmente. Il premio ricevuto a Cosenza, che è il secondo riconoscimento dopo quello ottenuto al festival del cinema di Diamante a giugno 2011, sempre per il suo primo lungometraggio, naturalmente è motivo di orgoglio per il nostro regista. “Sono molto contento ed orgoglioso, – afferma infatti – questo è il secondo riconoscimento che mi viene tributato per questo mio primo lungometraggio. Mi sono avvicinato sin da bambino al cinema – prosegue Carone – spinto da una passione che, giorno dopo giorno, cresceva e si sviluppava, avvicinandomi sempre di più a quella che viene definita la settima arte che racchiude in sé tutte le altre forme artistiche. La scoperta e la consapevolezza di tale espressione mi ha portato a vivere il cinema in maniera completa, dalla realizzazione di diversi cortometraggi (Il coraggio d’amare,Grigio Scuro, Mio padre nel Lagher), fino al punto di coltivare in me un desiderio custodito gelosamente nel cassetto: realizzare un film, attraverso il quale raccontare la mia terra; sogno che oggi vedo realizzarsi. Tengo a precisare che questo lavoro viene realizzato senza contributi pubblici ed è stato reso possibile grazie alla collaborazione delle persone che hanno, sin dal principio, creduto in me e a questo mio progetto cinematografico”. Il film “Piacere…. Io sono Piero!” è stato girato interamente a Tropea e nelle zone limitrofe di Capo Vaticano e Parghelia. Il suo autore trae spunto da alcuni spaccati della società della terra di Calabria, quali il rapporto tra genitori e figli, il bullismo nelle scuole, l’inquinamento dell’ingenuità e dell’innocenza del mondo giovanile ad opera della delinquenza locale; temi che il regista ha messo in risalto, attraverso una magistrale trasposizione della realtà sociale in un’opera cinematografica. Da apprezzare il lavoro svolto dagli attori, la maggior parte dei quali calabresi e già affermati nel mondo del cinema, i quali, visto il mancato sostegno delle istituzioni pubbliche nel contribuire alla realizzazione del film, hanno messo a disposizione la loro professionalità senza alcun compenso, spinti dalla convinzione che il film avrebbe lasciato un’impronta positiva della Calabria e dei calabresi. Nel cast artistico figurano nomi di attori del calibro di Annalisa Insardà, Gianni Pellegrino, Antonio Tallura, Peppino Mazzotta, Marcello Arnone, Patrizia La Fonte, Carlo Fabiano, Federico Cimò, Donatella Pristipino, Pino Torcasio, Timeo Barca, Massimo Barresi, e molti altri. La colonna sonora e le musiche sono state firmate dal Maestro Francesco Perri del Conservatorio di Cosenza. “Oltre agli attori, ai quali voglio dedicare i premi fin’ora ricevuti – precisa Enzo Carone – mi preme volgere un ringraziamento anche alle molte personalità che hanno creduto nel mio progetto, mettendo a disposizione luoghi e strutture per le riprese: il Dirigente Scolastico dott.ssa Beatrice Lento, il Direttore Sanitario dell’Ospedale di Tropea Tino Mazzitelli, l’Hotel Trophis di Antonio Mamone, il dott. Pino Rodolico, la dott.ssa Rosaria Chessari, Antonio Piserà e Paolo Ascanio del Gruppo Comunale di Protezione Civile di Tropea, i Comuni di Tropea, Parghelia e Ricadi, lo studio legale Carone, Lucio Ruffa, Roberto Caracciolo, il Brigadiere Giuseppe Chessari, il Brigadiere Antonio Candido, Vincenzo Laganà; oltre ad Antonio Caracciolo (Lupin), Vito Forelli e Giuseppe Barone, tre grandi amici sempre presenti e disponibili in ogni momento e, non ultima, mia moglie Maria Vittorioso, sempre a me vicina nella buona e nella cattiva sorte”. Al giovane regista Carone, a cui il club Rotary cittadino ha già assegnato il premio alla professionalità, vanno i complimenti di amici e conoscenti che gioiscono insieme a lui per i successi ottenuti e che, nel contempo, lo incitano a continuare lungo la strada che ha scelto di seguire sin da bambino, portando sempre più in alto il nome e l’orgoglio di Tropea e della Calabria.
    Vittoria Saccà

    Il Natale ortodosso

    RICADI – E’ stata una bella festa. Il miglior modo per festeggiare il Natale ortodosso in seno alla comunità bulgara che vive nel territorio di Santa Domenica. La festa è nata nell’ambito delle manifestazioni organizzate dall’oratorio parrocchiale, con il titolo “il Natale di..con..per tutti”.

    Ad osservare gli addobbi nella saletta dell’oratorio, era difficile, se non impossibile, percepire la differenza tra il natale ortodosso e quello cristiano. Abeti con le luci, angeli e stelle, il babbo natale. E il bambinello conla Vergine Maria.Segno che tutti abbiamo una matrice comune, l’amore di Dio al quale l’umanità intera deve aspirare. A dare inizio alla serata è stato il parroco don Carmelo che ha dato il suo saluto alla comunità bulgara, porgendo anche quelli del vescovo della diocesi Mons. Luigi Renzo. Nel suo discorso, egli ha sottolineato più volte che si è tutti uguali, tutti figli di un Dio buono che non conosce differenze. Ha auspicato che quanto prima anche gli ortodossi possano avvicinarsi alla comunione ed ha invitato i presenti, di qualsiasi religione, a partecipare alla festa delle famiglie che sarà celebrata nella domenica che verrà.

    Alla manifestazione erano presenti il sindaco Pino Giuliano che era accompagnato dall’assessore Giuseppe Decarlo e da NicolaLa Sorba.Ilprimo cittadino ha dato il benvenuto della città a tutta la comunità bulgara che vive nella zona ed ha augurato una sempre maggiore coesione tra le due realtà. La manifestazione, ha aggiunto, è un primo passo verso una cultura nuova. Anche Domenica Loiacono, una delle organizzatrici della manifestazione, ha affermato che “siamo tutti uguali” e che “bisogna sempre ricordare che il diverso non deve spaventare ma arricchire”. La voce della comunità presente è stata rappresentata dalla signora Cristina che oltre a ringraziare tutti per la partecipazione al loro Natale, ha presentato i vari momenti che hanno scandito la serata. Dai balli, ai canti, alla degustazione dei piatti tipici della loro terra. Entusiasmante è stato il ballo della tarantella eseguito dal gruppo parrocchiale e a cui si sono inseriti anche alcuni bulgari. E’ proprio vero. L’umanità non può e non deve conoscere barriere. Siamo tutti uguali. Tutti figli di un Dio grande e buono che non discrimina nessuno.

     Vittoria Saccà

     

    Il presepe vivente con l’arrivo dei magi

    TROPEA -  Una rappresentazione veramente suggestiva. Il presepe vivente realizzato nell’ampio piazzale antistante la chiesa dell’Annunziata ha concluso degnamente le manifestazioni relative al periodo delle festività natalizie.

    Realizzato dal comitato dei parrocchiani della chiesa dell’Annunziata retta da don Aldo, il presepe vivente è stato ammirato e apprezzato da una moltitudine di cittadini, così come dall’amministrazione comunale che è stata presente nelle persone del sindaco Gaetano Vallone e dell’assessore Giuseppe De Vita.

    Già eseguito con tanto successo il 26 dicembre, il comitato, guidato da Antonella Tropeano, lo ha riproposto domenica scorsa con delle novità.

    Intanto, con la presenza del sacerdote di Panaia Felice Palamara. Presenza voluta dal comitato poiché è partita proprio da lui l’idea di dare il via a questa particolare rappresentazione alcuni anni addietro, quando era ancora un seminarista, poi con l’arrivo dei re magi e la presenza di Erode nei cui panni vi è stato Antonio Tropeano.

    Nell’ampio piazzale, Palamara ha letto alcuni brani tratti dal vangelo di Matteo, mentre Erode se ne stava seduto sul trono e giungevano a cavallo i tre re magi che, avvicinatisi alla grotta santa, hanno deposto ai piedi di Maria e Giuseppe gli scrigni con l’oro, l’incenso e la mirra. Sorprendenti le interpretazioni dei tre magi, eseguite da Ferdinando Il Grande, Francesco Mazzitelli e Pasquale Il Grande. Probabilmente giovani aderenti al Movimento Giovanile Indipendente che, in questo periodo natalizio, ha portato a compimento varie iniziative. Suggestivo, invece, il quadro della sacra famiglia dove S. Giuseppe era impersonato da Giovanni Saturno e Maria dalla giovane Maria Grazia Bevacqua che ha ritenuto molto importante il ruolo da lei ricoperto. La presenza del  piccolo Gesù Bambino nella mangiatoia, rappresentato da Nicola Lorenzo, a causa del vento gelido che non dava tregua, a tratti è stato sostituito da un bambolotto. Perfetta nella sua interpretazione di angioletto, invece, la piccola Romania che non si è allontanata dalla culla del Bambino. Comunque, tanti altri bimbi hanno preso parte alla rappresentazione, vestiti di pastorelli e quindi posizionati accanto ai recinti dove vi erano le caprette, o il pony.

    Su tutto, la musica degli zampognari, tra i quali il maestro Lorenzo di Parghelia, che si spandeva nell’aria unitamente agli odori provenienti dalle tante capanne dove, attori improvvisati, hanno riproposto antiche usanze, come fare il pane in un forno a legna, impastare la farina per poi friggerla e ricavarne le classiche zeppole, l’odore intenso dell’olio delle nostre terre, quello inebriante del vino.

    Un plauso va a tutta la scenografia che oltre a coprire l’intero piazzale, è stato curato nei minimi particolari. Suggestiva la sorgente dell’acqua, così come il pozzo o il fuoco che ardeva al centro del piazzale.

    Sicuramente, il comitato dei  parrocchiani della chiesa dell’Annunziata, oltre all’impegno, vi ha messo tanto amore, sia per il Natale in sé, sia per la cittadina.

    Vittoria Saccà

    Per commemorare il Venerabile don Mottola nel giorno della sua nascita

    TROPEA – Era il 3 gennaio del 1901 quando venne al mondo il piccolo Francesco in seno alla famiglia Mottola, da Antonio e Concetta Braghò. E poi quel bimbo divenne il sacerdote più amato in terra di Calabria che si spese tutto, anima e corpo, per i poveri e per tutti coloro che a lui chiedevano aiuto.

    Don Francesco Mottola fu un sacerdote speciale che, nel suo più profondo intimo, anelava a diventare santo, a sedere quindi al lato del Signore per tutta l’eternità. E l’eternità si conquista con sacrifici, rinunciando alle tante cose del mondo, rinunciando persino a se stessi, annullandosi nei bisogni degli altri. Perché gli altri, soprattutto se sono nel bisogno, rappresentano il Cristo. Così fece don Mottola, nella città di Tropea tese le sue mani ai malati, ai diversamente abili, ai vecchi abbandonati, agli indigenti, ai piccoli senza famiglia. Fu una luce nel buio del suo tempo che vide le due guerre mondiali e i disastri che lasciarono, prima e dopo. Fu una luce per tanti che brancolavano nel buio della miseria e delle difficoltà varie non solo nella città che gli diede i natali, ma per tuttala Calabria.”Nella mia terra di Calabria – scriveva -  ho rifatto in ginocchiola Via Crucis: son passato per tutti i villaggi, son sceso in tutti i tuguri, ho transitato per tutte le quattordici stazioni. Ho sentito il singhiozzo della mia gente nel mio povero cuore. La gente di Calabria nel suo itinerario dolorosissimo non ha conforto, come Gesù, e bisogna confortarlo nella salita necessaria al Calvario.”

    Sacerdote dalla profonda umanità, lavorò per i poveri costruendo le case della carità, che ancora oggi sono di sollievo a chi ne fa ricorso, a Tropea, a Limbadi, a Vibo Valentia, a Roma. Di elevata cultura, si attivò per la promozione di iniziative culturali e per cercare di aggregare sempre più il clero calabrese. Fondò il “Seminario di cultura” e nel 1933 la rivista “Parva favilla”. Scrisse, scrisse tanto, lasciando anche circa 7.500 lettere.

    E lasciò in eredità al mondo, i suoi “certosini della strada”, uomini e donne che, sposando i suoi concetti di vita, operano per il bene dell’altro. Così ancora oggi, vi sono le Oblate e gli Oblati del Sacro Cuore, gli Oblati laici.

    Morì il 29 giugno del 1969 e le sue spoglie riposano all’interno del Duomo, nella cappelletta della  navata destra, ai piedi del prezioso crocifisso in legno, e dove una lampada arde sempre per lui. La sua casa, invece, dove visse e disegnò giorno per giorno la sua vita terrena, osservando il mare e l’immensità del cielo, è divenuta un museo dove chi vi entra rimane ammaliato.La Sacra Congregazionedei Riti, il 15 ottobre 1981 autorizzò l’apertura del processo diocesano perla Causadi beatificazione. Per diversi anni fu  Servo di Dio, fino al 17 dicembre 2007 quando il papa Benedetto XVI lo ha dichiarato “Venerabile”.

    Durante la messa di capodanno, Mons. Luigi Renzo, vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, ha dato notizia della ripresa della causa di beatificazione. E’ stato nominato un postulatore e quanto prima saranno interrogati i testimoni. Sarà sicuramente una gioia per tutta la città e per quanti, oggi, ce l’hanno nel cuore poter esultare nel momento in cui verrà dichiarato Beato e poi Santo.

    Sono in molti, infatti, gli innamorati di questa grande figura di sacerdote, anche fuori dai confini regionali. A cominciare da tutti gli Oblati, dagli aderenti alla Fondazione don Mottola e agli Amici della Fondazione sparsi in tutt’Italia, al gruppo femminile Faville. Ed è da sottolineare, anche, l’impegno del maestro Vincenzo Laganà che, anch’egli attratto dal Venerabile, ha scritto e diretto “L’oratorio sacro. L’aquila che raggiunse il sole”, eseguita la sera del 29 giugno dell’anno appena trascorso. Oggi, tutti i componenti della famiglia Oblata e della Fondazione si riuniranno a Sant’Angelo alle ore 9.30, per fare memoria del loro Padre nel giorno della sua nascita, per ringraziarlo della tanta eredità spirituale che ha lasciato e per pregare affinché possa presto salire agli onori dell’altare.

    Vittoria Saccà

    Ricordato Peppino Lo Cane

    TROPEA – Nella sala del museo diocesano si è tenuto un incontro nel quale si è fatto memoria del prof. Giuseppe Lo Cane, nel giorno dell’ottavo anniversario della sua morte, avvenuta il 23 dicembre del 2003. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione don Francesco Mottola e dall’Istituto secolare Oblate del S.C. A dare l’avvio al particolare momento è stato Alfredo De Grazia, presidente della Fondazione, il quale ha ricordato d’aver conosciuto Lo Cane negli anni 50, persona che da Gasponi raggiungeva Tropea per impegnarsi, insieme a don Mottola, alla crescita di questa città dove, il Venerabile, ha lasciato un’importante “paternità spirituale”. Ha poi sottolineato il suo impegno nella scuola come professore di Storia e filosofia, e soprattutto il suo profondo senso religioso e amore verso il prossimo soprattutto per i giovani per i quali aveva creato, a Gasponi, la cooperativa “Vita nuova”.

    Lo Cane, fratello maggiore degli Oblati laici, insieme a Nicola di Napoli, ha proseguito De Grazia, si è adoperato per la nascita della Fondazione e oggi “noi rappresentiamo l’aspirazione” che loro avevano, continuando sul cammino tracciato.

    Ha quindi preso la parola Antonietta Bova, presidente degli Ascritti del beato Rosmini di Isola Capo Rizzuto. Ricordando che Lo Cane era anche uno di loro, ha tracciato le linee fondamentali degli insegnamenti lasciati dal Rosmini, molto amato anche da Don Mottola, soffermandosi in particolare sulle massime di perfezione. “Sia Rosmini che don Mottola – ha aggiunto – si sono impegnati per tutta la vita” e bisogna fare propri i loro concetti per vivere “il vangelo”. E’ seguito l’intervento di don Sergio Meligrana, parroco di Gasponi, che ha messo in evidenza la profonda integrità religiosa e la limpida razionalità di Lo Cane, in grado di coniugare fede e ragione, sintesi che manifestava nell’insegnamento e che si rifletteva nella vita sociale. Ha quindi parlato del suo impegno alla formazione di forte spinta cattolica per una rinascita del cattolicesimo politico – sociale e del suo impegno per Galluppi riqualificando culturalmente il territorio. .

    Il presidente De Grazia ha in seguito dato la parola ai presenti che, spontaneamente, hanno voluto dare il loro contributo al ricordo di Lo Cane.  Anna Maria Macchione, vice presidente del Centro Studi Galluppiani, ha parlato del rapporto che si era instaurato, prima come professore e allieva, poi come padre – figlia e amico – amica, già dal sorgere del Centro nel quale è stata coinvolta, soffermandosi anche nella preparazione del 4 e 5 congresso per gli studi galluppiani, per i quali Lo Cane, che già accusava i sintomi della malattia, cercava di recuperare le forze ad ogni dove. Ha concluso affermando che se ancora si trova a far parte del Centro, è nel suo ricordo. Hanno poi preso la parola il dottor Cirillo, che è stato suo alunno, il quale ha ricordato il tempo in cui si facevano i sei giorni di studi cristiani alla presenza anche di don Mottola. Domenico Mamone, docente presso il liceo scientifico, ha sottolineato la sua profonda umanità e la sua umiltà di “grande intellettuale, di professore, di grande uomo”. Tonino Ferrara ha invece voluto ricordare la sua fervente attività nei confronti dei giovani per i quali aveva presentato un disegno di legge sull’occupazione giovanile.

    Il vice sindaco Massimo l’Andolina ha ringraziatola Fondazionee l’Istituto secolare per aver voluto ricordare una figura particolare come quella del professor Lo Cane, in un momento in cui, un “sensismo di ritorno”, induce a fermarsi e riflettere. Egli ha lasciato con il suo esempio un’importante impronta religiosa, ha detto tra l’altro, sia nell’insegnamento, che nella vita di ogni giorno. Tutto ciò che oggi lo ricorda, è il segno della sua bontà.

    Sono intervenuti anche Mario Tripaldi e suor Giulia Vittoria degli ascritti del beato Rosmini per i quali sarebbe utile organizzare più incontri. Anche il presidente De Grazia ha sottolineato  l’importanza di incontri più frequenti per mettere in luce  “i nostri diamanti” che non si possono tenere nascosti. Lo stesso ha informato i presenti del contributo dato da Peppino Repaci, fratello Oblato del S. Cuore e già componente il C.D della Fondazione che ha ricordato l’incontro e poi l’amicizia, sia con Di Napoli che con Lo Cane “di cui non conosco laico che possa essere messo a confronto per la loro santità. La  santità di un sacerdote, come don Mottola, che prima o dopo salirà sull’altare, ci ha educati e formati. Peppino Locane e Nicola Di Napoli ci hanno  preceduto per  raggiungerlo nella sua profonda sapienza e nella contemplazione realizzando il suo invito: Siate certosini della strada”.  Ha concluso l’incontro Michele Lo Cane che, commosso per le tante manifestazioni di affetto nei confronti di suo fratello, ha ringraziato tutti.

    Vittoria Saccà

     

    Nuovo anno, nuove storie. Benvenuto 2012

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    Nuovo Anno: 2012!!!

    Scarpinareeeee